Recensioni

“Un vero e proprio gioco citazionista, abile, stuzzicante e ben architettato”, diceva Carlo Affatigato, recensendo Carrier, prima – e fin’ora unica – uscita in formato album per Sully. Un disco che custodiva tutto quello che Londra aveva da offrire a livello dance (electro-funk, grime, 2step), comprese le puntate transoceaniche verso Chicago (leggasi juke e footwork). Con Blue, presentato come doppio extended-play, ma di durata tale da potersi considerare lavoro più corposo e meno estemporaneo, il gioco di citazioni rimane, ma a cambiare sono i riferimenti: la tradizione jungle tipicamente britannica, le atmosfere surreali dell’immaginario vaporwave.
Sintetizzatori scintillanti e campioni vocali, modulazioni digitali, giochi di sample stirati e manipolati a piacere, e per fortuna che l’italiano ci soccorre, perchè scrivere di tweaking, pitching & stretching sarebbe abbastanza per una segnalazione alla buoncostume. Impastato sul breakbeat, frammentazioni vecchia maniera colorate funk, il basso arriva prima monolitico, profondo, poi virato wobble. Senza cali di tensione, forse con qualche trucco un po’ troppo d’accademia, Blue segue la strada di una jungle hauntologica che si muove tra il cosmo e l’oceano. E se a metà strada tra Ferrara e la luna ci può essere il mondo (ciao Lucio!), nei disegni dub di Jack Stevens, a metà strada tra l’Inghilterra e l’oriente – un oriente non geografico, ma declinato come altrove, come mistero da risolvere – si sfiora la recente Fatima Al Qadiri di Asiatisch, si accenna al James Ferraro d’annata, si esplorano civiltà subacquee e intere galassie, sempre e comunque tenendo ben salda in testa l’idea ritmica di fondo.
Le ragioni di Sully sono quelle dei rave party di inizio Duemila, quando grime strumentale e jungle trovavano interessanti punti di contatto. Ora, Stevens rilegge quella stagione alla luce della miscela eterogenea di nomi e impressioni citati sopra. Se si escludono le utopie astratte marcate Logos, ospite con un breve vapor dub, non ci sono deviazioni di percorso, cambi di scena, neanche tentati e mal riusciti, rispetto ad un’ortodossia in cassa spezzata che risulta chiarissima fin dall’incipit. Caratteristiche che diventano sigillo di qualità per una combo di EP, ma che segnano un punto in meno se – valutando la mole della release – ci si aspettava qualcosa di più.
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