Album

Dog Man Star

10 Ottobre 1994 pop brit

Si parla spesso come un cliché del “difficile” secondo album. Nel caso degli Suede è stato ancora più difficile, quasi fatale, visto che sul cammino hanno perso per strada il loro geniale chitarrista Bernard Butler – perdita esiziale, questa – artefice, manco a dirlo, delle parti più ambiziose dell’album (in parte cassate, come la lunga coda strumentale del singolo The Wild Ones e una versione torrenziale di The Asphalt World che si possono ascoltare in coda alla ristampa deluxe del 2012).

Un secondo LP, Dog Man Star che, proiettando con il pantografo le inquietudini glam e postsmithsiane del precedente omonimo debutto, arriva a comporre una grande tela britrockbarocca in grado di sublimare la tanto decantata englishness in un coacervo melodrammatico che si ispira ai Joy Division di Closer come al Bowie pre-Belrino e alle partiture orchestrali di Scott Walker, con qualche ammicco al vecchio rock progressivo (ma tre anni prima che diventi “in” con Radiohead e Verve).

A rappresentare liricamente meglio di tutto Dog Man Star è questo distico tratto da The Power. “You might live in a screen kiss it’s a glamorous dream / Or belong to a world that’s gone, it’s the English disease”. Un britpop contro il britpop che esalta i suoi autori quanto li mette in croce nell’anno di Oasis e Blur, ma prima di chiudere a chiave il chitarrista fuori dallo studio, Brett Anderson e i suoi creano il disco che li rappresenta meglio nelle loro tensioni epiche. Il loro migliore. Con brani iconici come We Are the Pigs (dove emerge, a dire il vero, l’amore soprattutto di Butler per l’americanissimo Neil Young), The Wild Ones, Heroine e New Generation.

Tracklist
Streaming
Spotify
Voti
Amazon
Discografia
Vota
SentireAscoltare

I più ascoltati