Recensioni

6.5

Steve Moore è, insieme a A.E Paterra, metà Zombi, esperienza tra le più credibili e longeve del revival dei seventies trend quali post-prog, kosmische più ambient e dilatata e fascinazioni horror-goblinesche. Di quella formazione, Moore – una lunga carriera in solo che conta, escluso il presente, almeno 3 album lunghi, un paio di split (pure con Majeure) e numerosi singoli – riprende il gusto per le dilatazioni analogico-synthetiche che il compagno di merende Paterra ha sviluppato nel proprio solo-project Majeure. Come a dire, la materia prima del gruppo base si plasma in entrambe le operazioni in solo del duo con minime differenze.

Per questo suo esordio lungo su Cuneiform, Moore procede di accumulo di synth spacey come se piovesse, nella miglior tradizione primigenia – Tangerine Dream, Vangelis, Klaus Schulze rappresenta un po’ la sacra triade cui Moore è devoto – e revivalista, con gli ultimi Emeralds a fornire più di una pietra angolare. Cercando di imbastire portate stranianti che riportino su pentagramma la vita e la percezione umana dei light echoes, i riverberi di luce solare visibili a distanza di tempo, Moore non si discosta però dal già noto panorama di riferimento: lunghe distese di suoni in stratificazione che necessitano della predisposizione d’animo dell’ascoltatore a lasciarsi andare lungo crinali spacey e trancey. Gli indizi sparsi qua e là – i titoli di Tyken’s Rift e Protomorphis tratti dagli episodi di Star Trek, l’alone Kubrikiano che permane sull’intero lavoro, l’idea concettuale sulla resa sonora di una esplosione di luce avvenuta quasi due secoli fa e a noi visibile solo oggi – sono poi l’indicatore di un gusto oscuro, cinematograficamente sci-fi e suggestivamente retro delle succitate atmosfere cosmiche. Il problema, perché c’è un problema, è che il panorama comincia ad essere saturo di certi suoni e che lavori preziosi, stimolanti e ben strutturati come Light Echoes rischiano di perdersi nel marasma generale.

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