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Il mondo dei true crime è una vera e propria ossessione per il pubblico statunitense e questa piega sta di recente tenendo banco anche nel nostro paese, dove si moltiplicano non solo i programmi televisivi a tema, ma anche i podcast e le serie in streaming (le ultime in ordine di tempo sono SanPa e Veleno, approdate rispettivamente su Netflix e Prime Video). Alla mania si è aggiunta poi la meta parodia involontaria che ha portato il pubblico ad appassionarsi a personaggi realmente esistiti ma decisamente troppo sopra le righe perfino per il mondo contemporaneo (vedi Tiger King). E cosa arriva dopo la parodia? Dopo la parodia c’è la ricodifica di un genere condotta proprio attraverso quei canoni che inizialmente si sbeffeggiavano apertamente. E questo in fin dei conti fa Only Murders in the Building: parte dalla parodia di un genere (il true crime), se ne disinteressa grazie all’uso sapiente della commedia per poi ricascarci con tutte le scarpe e – cosa ancor più sorprendente – mescolarsi in un calderone fatto di noir da palcoscenico e drammi famigliari irrisolti. Il tutto, calato nella sempre irresistibile atmosfera newyorchese.

Creata da Steve Martin e John Hoffman, la serie prodotta da Disney (che negli USA la distribuisce grazie a Hulu, mentre in Italia è arrivata su Star, canale per adulti di Disney+) è interpretata dallo stesso Martin, che ritrova al suo fianco il partner in crime Martin Short e la giovane Selena Gomez (qui in un’altra brillante prova attoriale dopo Un giorno di pioggia a New York e I morti non muoiono). Costruita sull’impalcatura dei più recenti e famosi podcast incentrati sui delitti criminali più efferati, dove l’indagine la fa da padrona e gli indizi vengono svelati puntata dopo puntata (false piste comprese), Only Murders in the Building finisce per andare anche oltre le intenzioni prefissate. In perfetto equilibrio tra la satira alleniana di Misterioso omicidio a Manhattan e la frizzante parodia di 30 Rock (non a caso la regina dei podcast nello show è interpretata da Tina Fey), la serie è capace di mescolare e gestire nel modo più leggero possibile temi di una certa profondità, come il dialogo tra generazioni – non solo quello tra i tre protagonisti, anche i comprimari sono importantissimi in tal senso – e il peso di un passato ingombrante che non ci lasciamo mai davvero alle spalle (ed è un discorso che riguarda tutti i personaggi coinvolti).

A una prima parte incentrata maggiormente sulle gag di stampo slapstick del duo Martin/Short, ne corrisponde una seconda più dinamica dal punto di vista della narrazione e del ritmo che non ha quasi mai momenti di stanca o giramenti a vuoto; ogni indizio è posizionato con estrema delicatezza nel momento perfetto dell’indagine, e alla fine di questa prima stagione i tre personaggi avranno ormai conquistato il cuore dello spettatore che giustamente farà il tifo per i suoi beniamini (c’è anche una buffa critica sui problemi derivanti dalle fanbase fanatiche di prodotti per l’intrattenimento, anche in questo caso è una parodia ribaltata).

Insomma, Only Murders in the Building si rivela un piccolo gioiello di facile fruizione che solletica e delizia la mente di chi osserva e termina con il più classico dei cliffhanger che rimanda la visione a una inevitabile seconda stagione.

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