Recensioni

6.5

Musica per scrittori. O per dirla meglio, musica per scriventi, nel senso più ampio della categoria, si tratti di romanzieri, sceneggiatori, ma anche di qualcuno che recensisce online un ristorante o che scrive una mail. Anche io nel mio piccolissimo, nell’atto di redigere questa recensione, divento uno scrivente. Io scrivo. Dunque una Music For Writers concepita appositamente, in qualche modo mi lusinga. Peccato però, che sempre nel mio piccolissimo, non posso di rimando essere altrettanto generoso con Steve Gunn il quale, all’improvviso, ha deciso di misurarsi con la musica ambient.

Mirabile, si dirà, per uno che in carriera ha sempre fatto tutt’altro e che è notoriamente rubricato – per quanto valgano le etichette – a cantautore folk psichedelico. Tuttavia forse stavolta Gunn si è sopravvalutato nella sua capacità di sorprendere; o forse ha sottovalutato il fatto che ormai siamo così abituati a sentire di tutto – e a causa della gran quantità di contenuti, tutto oramai ci scivola via senza lasciare traccia – che neanche una mossa del genere sorprende più. Tra le altre cose, con questa nuova fatica il musicista e compositore trapiantato a Brooklyn (dalla Pennsylvania) ha interrotto un periodo di silenzio durato quattro anni, tanti ne sono passati da Other You. Ed è strano anche questo, per uno che dal 2007 si era distinto per prolificità.

Tuttavia il senso che si può trovare a questa sua ventiduesima (!) fatica lunga, che aggiunge ben poco al genere in esame, è al massimo quello di un divertissement, perlopiù a tratti peccante di estetismo. A meno che non siamo in presenza di una conversione spirituale dell’autore, e allora alziamo le mani di fronte a quello che resta comunque un ottimo esercizio di stile e – ma questo lo dirà il tempo – forse anche una svolta artistica.

Evidentemente l’ex chitarrista dei Violators, la band che accompagnava Kurt Vile, aspettava l’illuminazione ora datagli dal genere inventato da Brian Eno. La music for airports diventa così for writers e Gunn si annulla, perlomeno nella sua componente vocale, a beneficio di un’opera meditativa e dalle fogge naturalistiche. Questi dieci brani strumentali (nel senso meno estensivo del termine visto il loro carattere estremamente minimale) rappresentano l’azzardo più ardito e sperimentale del cantautore, quasi cinquanta minuti di musica da sottofondo, stringata, seppur infarcita di field recording, e destinata a riempire spazi auspicabilmente aperti, come lascia intendere anche la copertina su cui campeggia una foto scattata dallo stesso compositore.

In questo senso una traccia di apertura dal titolo Sky è una dichiarazione d’intenti. Nel brano, un sound carpet da centro benessere è contrappuntato da una chitarra acustica appena pizzicata; così come accarezzata è l’acustica che dopo tre minuti di traccia (sui sei e passa totali) si affaccia tra le nebbie drone di Safety. Insomma i cliché della discreet ci sono proprio tutti, e non che Gunn non li sappia maneggiare, anzi. In più alterna sapientemente i registri: Park Entrance ha un mood auroreggiante, evocativo, salvifico; più malinconica è Slow Singers On The Hill; mentre in Mossy Stump, che si regge su due-note-due, prevale un onirico sfavillio di quelli che sembrano archi.

L’onomatopeica Cat ha il suo contraltare in Dog, ma è in Sunday che Gunn dimostra di non aver reciso i legami con le sue radici proponendo un arpeggio dagli echi western/blues che è forse il momento più interessante del lotto insieme – per la medesima ragione – alla conclusiva Pedvale Sunrise, così intitolata in omaggio a un museo di sculture a cielo aperto che sorge in Lettonia. Già perché il disco è stato registrato in varie località, tra Stati Uniti ed Europa, tra cui appunto la repubblica baltica: altro che non luoghi.

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