Recensioni

Dopo vent'anni di produzioni impegnate in bilico tra minimal, techno e deep, Steve Bug è perfettamente in grado di giocarsi la questione album più sugli umori che sulla tecnica. In pratica è il naturale, affascinante passaggio che avviene puntuale quando si è pienamente padroni della materia e si iniziano a cercare nuovi stimoli dietro la superficie. L'abbiamo già osservato quest'anno in Distal e DFRNT ma anche Kid606 e Squarepusher, e Noir conferma i gustosi effetti prodotti da questo stadio di forma che prende spesso i producer amanti della qualità: l'album scorre, come da titolo, su un'atmosfera di eleganza misteriosa, collante tra tredici tracce che invece, stilisticamente parlando, offrono forte diversificazione dell'offerta.
Quando c'è varietà il piacere d'ascolto è potenziato e si percepisce la disinvoltura con cui si passa dalla house in riflessione deep di Tell Me Why alle aperture di The Spiral Staircase (nenache troppo lontana dai Massive Attack), dalle reminescenze Chicago di No Adjustments alle punte acid che non guastano in Farewell Friend e nella kraftwerkiana Somewhere In The Night. Il filo conduttore noir invece è quello che ti permette di andare fuori schema più del solito, e allora arrivano il miraggio dubstep di Poison Of Choice e il classicismo jazzy di The Seventh Victim, ma anche una Moment Of Ease con Emily Chick devota sulla scia dei Little Dragon.
Nessun pezzo davvero killer ma diversi momenti che funzionano in scioltezza (come Those Grooves), mosse sempre convinte e un professionismo che non manca mai alle uscite della sua Poker Flat (vedi anche il bell'esordio di Alex Niggemann uscito quest'estate). La mobilità estetica mantiene giovani e alimenta l'ispirazione, farne a meno è possibile ma poi vai a centrare un sesto album così.
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