Recensioni

7.2

Emanuele Sterbini e Dominique D’Avanzo sono il nucleo degli Sterbus, band romana con una passione ad ampio spettro e ad alta intensità per il power pop variamente intriso d’acido ed euforizzanti. Hanno già qualche titolo alle spalle anche se confesso di non averli ascoltati tutti, però abbastanza (soprattutto il predecessore Real Estate/Fake Inverno) da avere intercettato ascendenze estrose tipo XTC e gli adorati Cardiacs, nonché una generale attitudine per trame strutturate (quasi Canterbury) impollinate da una verve sopra la media. 

Col qui presente Let Your Garden Sleep In il baricentro si mantiene però aggrappato a una vena indie-pop e neo-psych tanto asciutta quanto frizzante e non priva di vibrazioni malinconiche: nove le tracce che sprizzano devozione per il verbo Belle And Sebastian, Blur, Pastels, New Pornographers, Guided By Voices e immancabilmente R.E.M. (come spiegare altrimenti titoli quali Gardeners at Night e Murmurations?). 

Con tali premesse si potrebbe temere una specie di album-tributo sotto mentite spoglie, ma non è questo il caso: Sterbini e D’Avanzo (che si alternano e spalleggiano al canto con dinamismo incantevole, si senta ad esempio Stalking Heads o la bellissima The Accidentalist) calano sul piatto passione, convinzione e ispirazione che basterebbero per cinque dischi, ne distillano una scaletta essenziale e ad altissima intensità, ovvero senza riempitivi, melodicamente gagliarda e impreziosita da una palette timbrica intrigante. 

Oltre la festa di chitarre, la trama imbastita dalla band (sei gli elementi base, ma i crediti indicano altri sette ospiti) prevede infatti clarinetto e flauto (a cura di Dominique), tromba, trombone, harpsichord, mellotron, violino, violoncello, percussioni varie e via discorrendo.

Ne esce quindi una calligrafia pastosa e adrenalinica (come mette in chiaro subito l’iniziale Nothing of Concern), dai risvolti flautati e indolenziti (vedi soprattutto My Friend Tim e la struggente Helpless Waitress), in grado di padroneggiare gli espedienti del caso (cambi di tempo e stilistici come in B-Flat Love e nella già citata Gardeners At Night) e addensare il mood al bisogno (la ballata asprigna e fiabesca di Polygone Bye o l’incedere palpitante della conclusiva Murmurations), insomma è tutto uno spettacolo d’arte varia ma così entusiasta e generoso da incrinare il guscio della rappresentazione ed esporre pezzetti d’anima nuda. 

La frase fatta del caso reciterebbe più o meno così: in un mondo migliore, queste canzoni (almeno due o tre, a stare stretti) verrebbero adottate dalle playlist radiofoniche del Paese (e pure oltre, perché no?) consegnandole a una meritata visibilità e riversando sugli ascoltatori l’antidepressivo più efficace di cui sia a conoscenza. Ma non vi consiglio di aspettare che il mondo migliore da ipotesi remota si faccia miracolosamente realtà: cercate gli Sterbus, ascoltateli. Non potrà farvi che bene.         

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