Recensioni

C’è questa formuletta – non so se più gergale o mentale – che ricorre spesso nelle recensioni di album variamente “alternativi”, quella cioè che chiama in causa il tropo del “segreto ben custodito”, volendo con ciò sottolineare quanto l’artista o band in questione sia disgraziatamente poco noto rispetto alla assodata bravura. Detto che il concetto stesso di segreto mi pare assai sfilacciato in quest’epoca di condivisioni che percolano da (e verso) ogni dove, non vorrei che la formuletta succitata servisse più che altro a delimitare una zona di comfort dove esercitare reciproca condiscendenza, così da giustificare quello stesso misconoscimento in quanto volto a stabilire, beh, il nostro buon gusto rispetto alla massa pasturata a mainstream. Ma, lo avrete capito, questa premessa è del tutto accessoria. E comunque, casomai mi scappasse di usare la suddetta famigerata espressione per gli Sterbus, beh, mi parrebbe comunque una licenza doverosa, utile a ribadire cioè quanto loro e la loro musica meriterebbero davvero molta più diffusione e considerazione.
Ma veniamo al qui presente Black And Gold, lavoro che segna il ritorno del duo romano tre anni dopo la fantasia zappiana di Solar Barbecue, rispetto alla quale rientrano nei ranghi: ovvero, al disco come vera e propria raccolta di canzoni. Tuttavia, si tratta comunque di un rientro parziale, e non poteva essere altrimenti. Sappiamo bene infatti – segreto o no – che l’attitudine di D’Avanzo e Sterbini è ben poco convenzionale, orientata com’è verso un multipolarismo stilistico che molto deve alla dichiarata devozione per i Cardiacs (l’album è dedicato tra gli altri alla memoria del percussionista Tim Quy, deceduto nel 2023).
Resta inteso quindi che “canonico” per gli Sterbus ha un’accezione ben più avventurosa e sfaccettata della media, come dimostra la mini-suite Alfriston Two Four Five, il secondo pezzo in scaletta, un vero e proprio pastiche che inizia pennellando una giga punk-prog a base di flauto, chitarre e tastiera, tipo degli Stranglers infervorati Jethro Tull, salvo poi distendersi in una quiete fiabesca Canterbury abitata dal canto vellutato/indolenzito di D’Avanzo, quindi ecco una ulteriore sgasata hard-prog prima di imboccare una rampa di decollo sintetica carburata a ottoni (sax, tromba, trombone…), infine si consuma una svolta up-tempo hard con tanto di assolo pseudo-Blackmore e ok, ci siamo, è finita. Ma cosa abbiamo ascoltato? Prima di spacciarlo come il loro momento Paranoid Android – ammetto di averlo pensato – restiamo sul pezzo.
C’è in questo piglio proteiforme una vibrazione sorda, malmostosa, come se una crepa si fosse aperta nel cuore e il battito dell’ispirazione ne recasse il segno. Ed è in effetti così: il titolo della canzone si riferisce al numero di telefono della sorella di Virginia Woolf, che nel marzo del ‘41 squillò annunciando la morte della grande scrittrice (“They’re waiting in the garden/As if she was alive”). Come certo saprete Woolf si tolse la vita annegandosi nel fiume Ouse, in Sussex, a causa di una crisi depressiva che i bombardamenti nazisti su Londra probabilmente esacerbarono (e sicuramente non alleviarono). L’episodio che ha ispirato il testo della canzone è stato riferito a D’Avanzo e Sterbini da un amico (per la cronaca: Marco Zatterin) in pieno periodo pandemico, con tutto ciò che questo significava in termini di gorgo emotivo (ricordate o avete rimosso?). Da quel seme è nato un po’ tutto, ovvero i temi portanti di questo disco. Che, a voi piacendo, si può considerare un concept: sulla guerra, sui problemi mentali, sulla strisciante e profonda correlazione tra di essi.
Virginia Woolf è chiaramente rimasta a permeare e sovrintendere il tutto. Anche in maniera esplicita, come nell’immagine di copertina e in un pezzo come Virginia Flows, ballata psych-prog introdotta da un coretto beatlesiano e pervasa da una smania quasi Flaming Lips, il cui testo è un brano tratto dal (meraviglioso) romanzo Al faro, letto con piglio lirico e assertivo da Debz Maher (per inciso, un passaggio come “and this self having shed its attachments was free for the strangest adventures” sembra riassumere poetica ed estetica di tutto il disco, e forse della stessa band).
Corre insomma una tensione costante tra l’estro avventuroso e la gravità tematica, un po’ come se le due dimensioni lottassero per azzeccare la giusta sovrapposizione. Ma proprio questo attrito costituisce l’aspetto più intrigante del lavoro, il suo meta-messaggio, quasi fosse la rappresentazione simbolica dell’inadeguatezza che si prova a vivere incastrati in un tempo, per farla breve, ostile.
Ecco quindi che una Renaissance può sgranarsi livida (“She left us high and dry/Now/They don’t know/Who owns their minds”) salvo poi a metà svoltare in territorio 90s col piglio dritto e incalzante di certi Grandaddy, concedendosi la digressione agra di folli giocolerie art-prog. Similmente, Undone succhia languori opachi (“If you’ve not grown up wrong/You’re undone”) da serbatoi melodici McCartney/Elliott Smith per poi scuotere il malanimo con vampe febbrili prog-folk, mentre Careful of Neon Lights apparecchia una sospensione cinematica piano-voce (mi è venuto da pensare, e chiedo perdono, a degli Air alle prese con una fregola Alan Parson Project) che cede il passo a un siparietto prog crimsoniano, a sua volta preludio della chiusa trionfale in stile Mercury Rev (chitarre, archi, fiati, ottoni).
Detto dello strano incantesimo allestito dalla title track col suo incedere tra il funereo e il circense (“The world goes blue/And there’s no saving mother/Out of her hell”), e messa agli atti la strumentale The Greatest Possible Happiness col suo bazzicare arguto tattiche post-rock e digressioni psych-prog (come potrebbero dei June Of ’44 ipnotizzati dai Caravan), assai diversamente ma su una simile falsariga schizoide si consuma War Waltz, più disincantata che rabbiosa nella sua bolla tristanzuola allestita da un quartetto d’archi, quasi che prima del piglio antibellico – peraltro giocato con franchezza disarmante – volesse scontare una profonda inadeguatezza esistenziale (vedi il tono allibito di quell’ultimo “Not in my name”): ma è appunto questa confessione di fragilità in filigrana a evitarle il didascalismo pacifista e renderla, al contrario, viva.
Resta da segnalare uno dei momenti più intensi della scaletta: col suo passo tra l’onirico e il nevrotico, Two Elms rammenta senz’altro gli ultimi Sparklehorse (anche per versi mozzafiato quali “Broken hearts heal faster than a bone” e “Two hells can get a chance for heaven”), ma ovviamente in corso d’opera le coordinate si squadernano e ti fanno atterrare tra lande suggestive (archi, cori e tastiere) non lontane da certi musical chimerici dei 70s, lasciando aleggiare tra le pieghe il fantasma degli Smashing Pumpkins più rarefatti (e forse intendendo rispondere con la ripetizione del verso “In the name of love” al sopracitato finale di War Waltz).
E insomma, che disco è Black And Gold? Un’elegia mutaforma, palpitante e ombrosa, il cui eclettismo non vuole ostentare ma sottrarsi all’inerzia delle forme standard, della prevedibilità che soffoca anche la malinconia – una malinconia che schiude e rivela – sotto al cuscino di una deliziosa arrendevolezza. La fibra agrodolce delle melodie contiene tossine esistenziali, il dinamismo dei suoni è una forma di inquietudine, la fragilità è forza sottratta al dolore. Quanto a Virginia Woolf, si dimostra (ma in realtà è una conferma) lo spirito guida necessario per dare respiro a un monito che attraversa il tempo e si deposita sul fondo del nostro spinoso, dissennato presente.
Gli Sterbus continuano a superarsi disco dopo disco, senza neanche l’aria di averlo messo in conto. Semplicemente, lo fanno.
Amazon
