Recensioni

TOP
8

Neil Young e Stephen Stills, uniti a triplo filo da un’amicizia profonda, da una irrisolta rivalità, dagli scarmigliati bioritmi del destino. Si attraggono e si respingono regolarmente, con tenacia. Il loro primo incontro innesca la reazione chimica che trasforma gli Au Go Go Singers – Stills con Richie Furay – nei Buffalo Springfield, anno 1966. Animati da una strana tensione poetica, i Buffalo imbastiscono un canzoniere maculato di genio, talora discontinuo, a tratti ingenuo, più o meno imprescindibile.

Il merito non è del solo Cavallo Pazzo, basti dire che la canzone con cui fecero il botto e grazie alla quale perlopiù vengono ricordati, For What it’s Worth – folk di protesta, sarcasmo RnB, barbagli psych – portava la firma e il marchio di mister Stills. La storia dei Buffalo fu breve e piuttosto ingenerosa, al termine della quale Young se ne andò pericolante per la sua strada, e sappiamo che razza di strada sarà.

Stills invece rispose ad una chiamata che farà epoca: dall’altra parte del filo c’era Al Kooper piuttosto in ambasce, alla disperata ricerca di un chitarrista che finisse il lavoro lasciato a metà da un Mike Bloonfield letteralmente scoppiato nel bel mezzo delle incisioni per Super Sessions. Stephen era in realtà una terza scelta, ma dobbiamo tenere presente che le prime due rispondevano al nome di Randy California e Jerry Garcia, fuoriclasse al massimo del fulgore quindi troppo impegnati per accettare. Ne venne fuori lo stesso un lavoro epico. Anzi: ne venne fuori così un lavoro epico, cui Stills impose un’impronta decisiva.

Suo il piglio affilato della seconda parte, quell’ipercinetismo graffiante e minuzioso che così bene contrasta i travolgenti virtuosismi di Bloomfield sul primo lato. E dopo, cosa accade? Dopo, accade CSN. Un trio delle meraviglie, su disco e al botteghino. Beh, Crosby e Nash: ex Byrds il primo, correo quindi nella definizione di un sound che ancora oggi miete proseliti, serafico cantastorie il secondo con gloriosi trascorsi negli inglesi Hollies. Assieme a Stills la miscela si rivelò perfetta, suadente l’impasto stilistico (blues+folk+psych), fantastico il gioco delle voci.

Comprensibilmente, le platee li reclamavano on stage. Fu a quel punto che si aggregò Young, e la miscela da perfetta si fece esplosiva. Un album in studio (Deja Vu, marzo 1970) e quell’incredibile doppio live di cui tutti sapete. Ora, fermiamoci un attimo, perché nel 1970 (il 12 maggio, per la precisione), Stills debutta con un album solista. Omonimo, e bellissimo. Di cui oggi si parla poco, troppo poco. Circondato da storie più alte e vistose, scompare alla vista. Quante volte ne avete letto, quanto lo trovate citato nei consuntivi del periodo? Quasi niente, quasi mai. Eppure, proprio tanto pedigree avrebbe dovuto fare da propellente, fungere da piedistallo perfetto. Invece, macché.

Ora, avete presente Black Queen, torrido blues acustico piantato nel mezzo della nuova stupenda edizione di 4 Way Street? L’originale sta qui, scabro nudo e intenso, sangue rappreso nella bianca gola di Stephen, fingerpicking sussultante su corde intossicate, e non ci sono storie: un grandissimo pezzo. Per non dire quella Love The One You’re With (ospiti alle voci oltre ai sodali Crosby e Nash, Rita Coolidge, Priscilla Jones e John Sebastian) che è in fondo un facezia festosa – pur se attraversata da sublime invasamento gospel – come del resto sua “sorella” Sit Yourself Down. Semmai, gospel per gospel, direi di quella Church (Part Of Someone) che vale oro solo per quell’organo lattiginoso sullo sfondo o per il frinire solenne degli archi, altarino cui nel tempo molti avranno rivolto laiche preghiere.

Chessò, da Joe Cocker ai Black Crowes. Insomma, c’è materiale a sufficienza per avviare un’indagine conoscitiva. Per giunta, non mancava a Stills la voglia di intorbidare le acque, di battere terreni meno tradizionali scomodando ad esempio con Cherokee strutture jazz-soul in salsa psych (abbagliante e sinuoso il lavoro degli ottoni, insolita quella chitarra-sitar, stordente il ricamo orizzontale del flauto), mentre To A Flame sembra aggirarsi negli stessi vapori di un Tim Buckley – e in questo molto gioca la trepida tensione tra un liquoroso vibrafono ed il piglio soul degli archi.

Ci sono poi da mettete in conto le comparsate di Eric Clapton (in Go Back Home, dove manolenta asperge quel ruvidume lisergico che gli veniva ancora così bene) e soprattutto di Jimi Hendrix (a addomesticare cataclismi di corde nel rhythm and blues nevrastenico Old Times Good Times, con Stephen relegato all’organo hammond). Jimi, grande amico di Stills, scomparve poche settimane dopo le sessioni d’incisione: il disco è dedicato a lui. Non ho ancora detto nulla di Do For The Others, e sarebbe grave scordarsene, non fosse che per la solenne cifra folk tenuta sul chi vive dal ricamo vibrante delle chitarre, con la voce avvolta nel proprio stesso madreperlaceo sogno.

In chiusura, We Are Not Helpless, sorta di risposta alla Helpless younghiana nella quale i sussurri folk acquistano progressivamente corpo soul per ritrovarsi infine in un tripudio gospel di piano, archi, fiati, organo e festosità corale. Una angelica, solenne, speranzosa malinconia incarnata rock.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette