Recensioni

Stephen Steinbrink è uno di quei musicisti molto abili nel mescolare influenze varie e filtrare il tutto in modo strettamente personale, e Anagrams ne è l’ennesima riprova. La musica che propone il ventisettenne di Phoenix è un folk disseminato di psichedelia di stampo Beatles, sfuriate di rock morbido che rimandano ai Death Cab For Cutie e linee melodiche oniriche e ipnotiche.
Se Impossible Hand è un piccolo compendio di alcune caratteristiche fondamentali dei fab four (i coretti, le linee melodiche, la chitarra acustica che richiama Blackbird e quella elettrica che riporta alla mente Something), Anagrams è ben più vario, e un brano come Psychic Dream (siamo quasi in zona Weezer) lo conferma. Building Machines raddrizza il tiro e riporta alla componente folk di tradizione Neil Young (con accenni ai Turin Brakes) tanto cara a Steinbrik. Ma è proprio la title-track ad essere il brano più tirato di tutta la tracklist, un pezzo dritto che ha la capacità – come gli altri, ma qui più degli altri – di suonare senza tempo e non anacronistico. La chiusura è affidata a Next New Sun, dove Wild Nothing e Daughter sembrano mescolarsi al meglio con un occhio al Bon Iver più riflessivo e agli XX più acustici.
Anagrams è un bel disco, vario e ricco di influenze. Avere il coraggio di mettersi in gioco cesellando queste ultime senza perdere la propria identità non è cosa da tutti, e a Stephen Steinbrink riesce bene.
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