Recensioni

6.3

Il quarto album in solo di Malkmus lo propone sempre meno… solitario,
ovvero spalleggiato da una band sempre più band e sempre più organica
al progetto sonico dell’anfitrione, quei Jicks che nel frattempo fanno
subentrare Janet Weiss (ex Sleater Kinney) alla
batteria. Progetto che prosegue la deriva calcolata verso una lucida
rielaborazione psych, che se da una parte coglie frutti incandescenti Vanilla Fudgesbalestrandoli di selvatico afflato noise-wave, dall’altra s’ingegna di
architettare rassicuranti trame folk-soul come un guinzaglio che
consenta alla caracollante calligrafia del Nostro di proseguire a
caracollare imperterrita.

Solita dinoccolata impertinenza squarciata di
rabbia angolosa e malanimo in souplesse che ben conosciamo. Nella sostanziale prevedibilità c’è spazio per qualche sorpresa, come
il pressoché inedito utilizzo di tastiere e synth, oppure – venendo
alle canzoni – il disinvolto incedere Steely Dan, l’afflato strumentale doorsiano e uno sconcertante break à la Monty Python in Hopscotch Willie, per non dire del valzer tra complicanze hard-blues hendrixiane e proto prog birbone di Baltimore.

A non stupire – ed è quasi frustrante – sono quelle cocciutaggini
acide, talora spossanti come nella title track, che pure prende il via
da fascinose ugge tardo bitòlsiane e si spegne tra foschi palpiti Lou Reed, o la sciolta irrequietezza di Elmo Delmo, roba tipo uno Young motorizzato O’Rourke, rete sfilacciata che non prende molto pesce in verità. Permangono segnali dell’antica classe, che siccome non è acqua non
bastano certo tre lustri abbondanti di carriera a svaporarla. Intendo
una Gardenia garrula e ruvidella che scomoda rimpianti per il miglior Badly Drawn Boy, una Out of Reaches che stringerà alla gola i nostalgici di Wowee Zowee e una Cold Sun che prima gioca a rincorrere i discepoli Grandaddy e poi spalma assorta malinconia su tastiere pastello. Così è, se vi pare.

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