Recensioni

7.1

Con due EP (What If The Lights Went Out, Noah & The Paper Moon) e un tour di spalla ad artisti del calibro di St Vincent, tUnE-yArDs e Field Music, le Stealing Sheep non arrivano certo sconosciute al disco di debutto. C’è anzi su di loro un hype non da poco che le vuole come “le Warpaint inglesi”, paragone sensato trattandosi di all-female band che fonde assieme generi differenti.

Il cocktail sonoro del trio di Liverpool, indebitato allo stesso modo con l’ultima coda folk (First Aid Kit) e la prima ondata di psichedelia (Pink Floyd, Jefferson Airplane), trova in Into The Diamond Sun la sua consolidazione. Assottigliata la spuria lo-fi da produzione low-budget vista in precedenza, lo sforzo mira alla comunione dei vari apporti personalistici e appare qui orientato al controllo massimo, quasi concepito in un'ottica stripped-down. Synth analogici dagli echi Ladytron-iani, sontuosi effetti di chitarra, grancasse opache e handclaps, altri trick elettronici drogati ed inserti kraut a mo’ di ultimi Lower Dens vengono usati non come marchio di fabbrica ma come propulsore per i dinamici intrecci delle armonie vocali, con ogni elemento a prenderne a turno la guida. Il risultato suona equamente spettrale ed edificante, con una magia cinetica quasi medievale che va oltre gli ovvi riferimenti pagani e dona al set un gusto senza tempo.

Abilmente eseguito, appagante nell'alternare sintesi catchy (The Garden, Shut Eye) a numeri più eleganti (Bear Tracks, tre canzoni in una e coda da quattro minuti al piano) e pur considerata una flessione nella parte centrale (Gold, Shark Song, Liven Up), Into The Diamond Sun fila dritto fra gli esordi più convincenti dell’annata.

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