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Quando nel 1978, Brian Eno pubblicò Ambient 1: Music for Airports, parlò di «musica sospesa nell’universo, in grado di essere ascoltata e non ascoltata, qualcosa di importante e di irrilevante». Ad influenzarlo era stata la fascinazione per il concetto di tempo, di attesa, e da qui il bisogno quasi filosofico di osservare la musica nel suo disgregarsi, andando a scavare nel misterioso vaccum costituito dall’assenza di suoni: il silenzio. Tutta la storia della musica “ambient” da Satie, passando per Cage, fino a Basinski, parla di questo, anche se con coloriture e gradazioni diverse. I due texani che rispondono al nome di Stars of the Lid, Adam Wiltzie e Brian McBride, si collocano di diritto in questa storia, ne continuano le trame principali e ne evolvono le premesse, sia pure con una metodologia che, se possibile, è al tempo stesso canonica ed eretica.

Nel 1997, anno in cui viene pubblicato The Ballasted Orchestra, i due si sono già fatti un nome in certa “avaguardia rock” e nell’ambient meno accademica, ma non è ancora ben chiaro dove debbano essere collocati. A ragion veduta e riflettendo ex post, The Ballested Orchestra, con il suo continuo flirt tra luce e ombra, è esemplificativo dello status generale della scena avantgarde dell’epoca, quando l’isolazionismo si accreditò come antidoto alla lievità senza sostanza di una musica per aeroporti che degenerava in new age o alla frivolezza sensoriale post-rave della chill-out britannica, con artisti come Pete Namlook, The Irresistible Force, Future Sounds Of London, Biosphere e The Orb che miravano a produrre un bagno sonoro rigenerante per un ascoltatore in fuga dallo stress metropolitano. Ancora una volta, fu Simon Reynolds a dissipare ogni equivoco, fotografando con un articolo del 1995, lo stato delle cose. Lui la definì «a sort of ambient noir», parlando non a caso della compilation di culto Ambient 4: Isolationism. Il lato ironico della faccenda, giustamente sottolineato da Reynolds, era che sebbene l’isolazionismo rompesse con le “feel-good premises” dell’ambient, offrendo «un rifugio freddo piuttosto che un reale soccorso», musicalmente parlando erano molti i tratti in comune: innanzitutto l’enfasi sulla struttura delle trame sonore e dei timbri, così come la totale assenza di elementi ritmici (se non per qualche elemento scenografico) e l’aderenza alla vecchia idea di Eno secondo cui la musica ambientale dovesse essere scevra da strutture formali ben identificate.

Gli Stars Of the Lid si infilano giocoforza in questo discorso, ma vista la loro predilezione per musica da film e classica contemporanea, con il tempo diventano un po’ il ponte tra l’isolazionismo tout-court e la nuova ambient neo-classica dei primi anni 2000, scrivendo di fatto una pagina tutta loro. The Ballasted Orchestra ha ancora il gusto delle opere giovani: una certa ruvidità dei suoni, una regia senza compromessi, un visione monopolizzante della propria musica. Eppure rispetto alle prime prove su Sedimental, la loro messinscena si è già decisamente evoluta. Il fascino di questo lavoro, oggi come allora, sta in una sorta di riflesso opaco che diventa suono, come quando in una stanza buia un raggio di luce filtra tra le imposte e illumina il pulviscolo dell’etere. Gli Stars Of The Lid cercano di musicare quella cosa lì. Il loro metodo è ambizioso anche se mediato da uno spartano 4 tracce: traghettare l’ascoltatore attraverso piccole piece minimali di note sostenute, effettistica per chitarra e droni esoterico-celestiali in un umore generale che oscilla tra il dormiveglia e una raggelante esperienza di paralisi notturna.

L’inizio con Central Texas è ansiogeno, in una sorta di connubio tra Lustmord e Windy & Carl, che si distende nei 12 minuti di Sun Drugs, piece di droni in stasi permanente che esemplifica al meglio quello che nel successivo The Tired Sounds Of diventerà metodo. Tapehead è di nuovo ansia e angoscia con i vortici di note come eco abissale che sono parenti prossimi di quanto generato da sigle come VidnaObmana, O Yuki Conjugate o anche i Final di Justin K. Broederick.

Il secondo lato del disco contiene probabilmente il materiale migliore, o per lo meno quello che nell’economia del futuro suono dei texani, diventerà di peso preponderante. L’affresco narcolettico di Fucked Up (3:57 A.M.) traduce l’angoscia del primo lato in uno stato di delirio celestiale, su un madrigale senza ritmo e avulso dal concetto di spazio e di tempo con i droni in planata libera, che non portano da nessuna parte. È musica statica su una linea temporale di inizio-fine del brano, ma animata nei suoi elementi più minuti. Per questo si avvicina, imitandone proprio la messinscena, ai raga indiani e alla musica sacra.

Seguono le due parti di Music For Twin Peaks episode #30 (episodio immaginario, giàcchè la seconda stagione finiva con l’episodio 29). La prima, inizia citando il Badalamenti della soundtrack originale, costruendo su di essa un altro affresco di pura beatitudine sonora, con l’ormai consueto saliscendi di impalpabili effetti per chitarra in un volteggio melodico dall’umore ondivago ma rasserenato. Praticamente il capolavoro dietro cui sono sempre andati Windy & Carl, senza mai arrivarci. La seconda parte interrompe l’idillio e il melodismo umorale della prima e si arresta su un tappeto di silenzi e note sostenute buttate nel buio. Stavolta non si scade nell’ansia, ma in uno status di vuoto che non sa che strada prendere. Questo mezzo guado si stempera poi nella The Artificial Pine Arch Song che fa da suggello finale al disco con i suoi 18 minuti di ambient idilliaca e ancora una volta dalle ascendenze sacre.

The Ballasted Orchestra, complice anche la distribuzione via Kranky, regala molta più visibilità ai suoi autori ed è il classico disco di transizione che porta ad un grande turning point nella carriera di un artista. Il successivo doppio The Tired Sounds Of diventerà un best seller dell’etichetta di Chicago. Bissato poi da un And Their Refinement of The Decline, che a tutt’oggi è l’atto finale di una carriera che ormai sembra proseguire con le proprie esperienze soliste. Eppure questo mondo ha ancora bisogno di quello che qualcuno giustamente descrisse come «divini, classici droni, senza la noiosa intrusione di ritmi o voci».

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