Recensioni

5.6

Starkey, produttore americano con orecchie e cuore puntati alla UK bass, riprova la carta della sintesi macrostilistica now e dopo il wonky-step di Ear Drums And Black Holes (2010) si immerge senza pudore nelle correnti massimaliste post-Rustie (ma anche Mochipet post-breakcore). Alcune cose funziano e anche molto bene (ma incombe l’impressione dell’eterno ritorno nei loop supergrippanti cardine di Command o G V Star o Dystopia), perché comunque gli elementi il ragazzo sa come accrocchiarli assieme, ma dall’inizio alla fine prevale l’impressione del catalogo di trick e must-put, fino quasi all’indigestione, in una stereotipicità presente già nei titoli, tripudio di descrittività spaziale di base (navette, stelle, raggi, divinità, utopismi vari).

Cronologicamente, si parte dai trapani catramosi del fidget crookersiano e da certa electro tutta stacchi Major Lazer (ragga e quindi bro ante litteram), per arrivare a tutti i colori possibili della palette del continuum wonkyano drop/bro e thug/trap: epica e crescendo emozionali, sfarfallii spacey che recuperano stilemi ambient-trance, affondi ghetto dancefloor, vocine tunate e pitchate, tastiere fuzzate, sirene da stadi. Non manca niente a questa gutter music, a questo crossover furbissimo e altrettanto issimamente a rimorchio: se non una qualche anche timida parvenza di incisività. E però Distant Star, con quel cuore metà dance 90 metà Sakamoto, è proprio divertente e anche un po’ lacrimuccia.

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