Recensioni

Sin dai Wall Of Voodoo questa voce inconfondibile intrattiene con le radici un rapporto ambivalente. Nel senso che, nell’attraversare la new wave per approdare a una forma splendidamente attuale di cantautorato, le ha trasfigurate e omaggiate. Se dunque l’epoca delle rivoluzioni arriva una volta sola e accadde trent’anni fa con Ring Of Fire, di Johnny Cash Stan oggi può dirsi erede spirituale. Canzoni come storie, le sue, che danno corpo a hard bolied da bassifondi, a mini-sceneggiature, a inquietudini future da uomo metropolitano del duemila, e la differenza sta lì.
Che, a questo giro, veste di abiti talvolta tradizionalisti riflessioni frutto di recenti disgrazie (la dipartita del padre e di uno zio; il suicidio della strumentista e amica Amy Farris, qui presente) e si riallaccia – com’è stato giustamente notato da altri – al suo Black Diamond del ’95. Lo fa tramite la bella ripresa di una ballata colà inclusa (Underneath The Big Green Tree), un’altra cover di Bob Dylan (la vibrante Lenny Bruce) e il tono malinconico che la versatilità degli arrangiamenti rende avvolgente e non cupo. Un disco di mezza età, se vi pare, sia in termini di classe che di occasionale fiatone, sicché al maldestro rock latineggiante Scavenger Hunt e alla piatta Wandering Star rispondono una Halfway There tra tex-mex e Irlanda e lo struggente crepuscolo Behind The Mask.
Tra le due estremità un poco di mestiere e parecchia bontà a piene mani: dal reggae della prateria (Flag Up On A Pole) alle tipiche atmosfere morriconiane (This Town They Call Fate), da una sarcastica bossanova (Desert Of Dreams) a ipotesi di Blonde On Blonde se fosse appartenuto a Van Morrison (Day Up In The Sun). Gemme che al sottoscritto bastano per garantire a Neon Mirage un posto nel cuore e negli scaffali. Avanzano, perfino.
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