Recensioni

Ci sono album che hanno una grafia densa, senza tregua, e Uncanny Valley è uno di questi. Disinvolto, feroce, ferito, il disco parte come un fiume sotteraneo che nasce dal subconscio: Open Sesemji ha un incedere marziale che nasconde una natura definitiva. Si scende sul campo di battaglia e, circondati da morti, non si può far altro che dichiarare guerra a se stessi. Le desolate architetture messe in scena da Tyler Blensdorf (voce, basso), Zack Hubbard (chitarra) e James Vavrek (batteria), richiamano un mondo insoddisfacente che in tutta la sua alienazione almeno può rappresentare un catalizzatore artistico.
La prospettiva cambia continuamente, sono opere oscure che creano una geometria sonora, riferimenti stratificati a struttura, colore e tempo. Si è spinti a creare musica dall’intuizione e dall’intenzione di unire passato e presente (Black Effigy Speaks) tra esperimenti avant-garde e il rumore di un carillon impazzito suonato al contrario; aggressioni al sistema nervoso (Unknown Pleasures); riverberi allucinogeni piombati dritti dritti da Twilight Zone in un post rock ambient da cinema d’autore (The Spires); segnali radio da una frequenza sconosciuta che richiamano, urlando, i “padri fondatori” come Raymond Scott (Radio Spiricom). I Master è una guerra civile di chitarre, l’equivalente musicale della Sindrome di Stoccolma, dove il conforto non può che venire dal canto strozzato di un predicatore davanti a una chiesa vuota: «Kill me please (…) I muster my weakness to pry open my wrath. I see diamonds as your weakness peaks».
C’è chi del citazionismo ha fatto uno stile di vita al giro del millennio, e infatti qui c’è tutto: emocore, prog math rock, psichedelia, noise, hardcore, ambient, metal, eppure ci sono continue stimolazioni e associazioni (personali e non) che il trio di Bloomington (Indiana) si diverte a stiracchiare in ogni direzione possibile, perché c’è l’urgenza di una interazione tra individui altrimenti isolati. I Nostri hanno preso il passato e lo hanno reso “utilizzabile”, lasciando chi è in ascolto in una zona di sospensione: sappiamo dove ci troviamo ma non l’epoca. Il secondo disco degli Stabscotch è un tentativo di comunicare col prossimo e la presa di coscienza dell’impossibilità stessa di un atto, che nella nostra mente, sembra così semplice.
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