Recensioni

Su pochi nomi negli ultimi anni ci si è spesi così tanto in riflessioni, dibattiti, commenti, elogi e copertine come su quello di St. Vincent. Un’incarnazione di Bowie, una Lady Gaga per radical chic, artista a tutto tondo, un piano marketing perfettamente riuscito, eccezionale chitarrista, una che prima o poi farà finalmente pace con il pop ecc. E’ con tutto questo miscuglio di sentimenti, blaterazioni, antipatie e amori incondizionati che mi sono avvicinato all’unica data italiana di Annie Clark al Circolo Magnolia di Milano per quello che probabilmente è il suo show più ragionato e prodotto fino a questo momento, e che fa da completamento ideale a un lavoro discografico (Masseduction) costruito attorno allo stesso preciso, militante, concept stilistico ed estetico.
Ebbene, se volete chiarirvi una volta e per tutte le idee su St. Vincent, l’unico consiglio ragionevole che io possa darvi è quello di prendere un aereo e andare a vedere una data di questo Fear The Future Tour. Perché più delle definizioni, dei pregiudizi, delle motivazioni più disparate alla base delle perplessità nei suoi confronti, è la totalità musicale, estetica e concettuale con cui St. Vincent si impone al suo pubblico a darle ragione, a convincere, a rendere credibile e preoccupante allo stesso tempo quel mondo feticcio, incoerente, standardizzato, farlocco e patinato; un ideale invito verso un appiattimento e un’intolleranza a cui la Nostra risponde con un assolo di chitarra, una vocalità incantevole e una versatilità musicale che ha reso questo concerto divertente e imprevedibile.
La prima parte della scaletta è tutta dedicata all’ultimo lavoro discografico: sul palco, coperti da anonime maschere, si presentano il tastierista Daniel Mintseris e il batterista Matt Johnson; ad accompagnarli c’è anche la corista e polistrumentista Toko Yasuda, mentre lei sale sul palco avvolta nel suo tubino di latex rosso. La scaletta prosegue con brani tratti dai dischi precedenti alternando mood e atmosfere in modo repentino, con i riff e assoli distorti a sottolineare i punti di rottura, i cortocircuiti in cui riprenderci chi siamo e a ricordarci da dove veniamo. Il pubblico, inizialmente un po’ freddino, complici probabilmente anche i volumi un po’ timidi, si anima definitivamente sui pezzi del precedente album omonimo, con St. Vincent a dare a tutti la sensazione che se esiste un anfratto di genere ancora inesplorato, lei prima di andar via lo tradurrà nel solco di un pop-rock robotico e irregolare giocato sui contrasti, palleggiando la sfera umana dalle melodie ai movimenti sul palco. Nel finale, Annie Clark presenta New York parafrasandola con Milano e si concede un encore intimo e dimesso con Happy Birthday, Johnny e un’incantevole ed emozionante versione di Severed Crossed Fingers cantata chitarra e voce, a sgomberare il campo da qualsiasi dubbio e a darle ragione ancora una volta.
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