Recensioni

Potremmo banalmente sintetizzare dicendo che Hot Thoughts è il disco funk degli Spoon. È vero, la band di Britt Daniels ha masticato anche in passato certi beat secchi e puliti, energici e taglienti, circumnavigando un Prince in sottofondo che in realtà Daniels venera da tempi non sospetti. Solo che in dischi come They Want My Soul o Transference le chitarre elettriche sincopate giocavano a nascondino col funk, facendolo assomigliare a un rock minimale in libera uscita. Qui invece servono da collante per certe parentesi in sospensione come la title track (un suono che è diventato una sorta di marchio registrato per gli Spoon) o magari cedono all’economia dei vuoti sui pieni defilandosi verso lo sfondo, come accade in una Do I Have to Talk You Into It princeiana fino al midollo e con certi aromi Beatles.
Ma Hot Thoughts è anche il disco di Dave Fridmann, produttore noto alle cronache soprattutto per il lavoro “visionario” con i Flaming Lips. Se i binari del songwriting non si discostano molto dall’ottimo livello già mostrato da Daniels e colleghi nei dischi precedenti, l’intervento di Fridmann rende il tutto meno prevedibile e più “sperimentale”, seppur nell’ottica di un suono caratterizzato dalla consueta immediatezza: i sequencer di synth di una WhisperI’lllistentohearit che trova il tempo di citare anche gli Arcade Fire; una Pink Up scenografica che si trasforma in una dance minimale costruita su quello che sembra un vibrafono e certe rullate di batteria spottate; i fraseggi orientaleggianti che cesellano le clapping hands su venature funk-soul di Can I Sit Next To You; il Moroder altezza Donna Summer incorniciato dalle chitarre elettriche di Shotgun; quell’esperimento in bilico tra jazz e attitudine free che è la conclusiva Us, ovvero la vera e propria firma in calce di Fridmann.
L’aspetto positivo è che tutto questo scende a patti con l’estetica più classica degli Spoon, divenendo parte integrante di una narrativa costruita sul call&response tra gli strumenti, ma anche su una cultura maniacale del dettaglio e sul coordinamento millimetrico tra le parti in causa. Gli Spoon non saranno forse la band più cool sul pianeta, ma continuano a dimostrarsi ottimi interpreti di una concezione musicale solida, di sostanza e certamente poco interessata alle frivolezze del mercato discografico. In un momento storico in cui la tecnologia permette qualsiasi volo pindarico in termini strettamente stilistici, i Nostri guadagnano colore pur continuano a lavorare per sottrazione, in un disco che ci pare una delle cose migliori mai partorite dalla band di Daniels.
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