Recensioni

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Shins, Modest Mouse, Of Montreal…sembra che i veterani dell’indie a stelle e strisce – quelli che esordivano una decina d’anni fa in contesti di nicchia, per capirci – si siano tutti dati appuntamento quest’anno per il tanto atteso “botto”, in U.S. e all’estero. Come la mettiamo allora con gli Spoon? 170.000 pezzi venduti del precedente Gimme Fiction, canzoni su The O.C. e Veronica Mars, ruolo da star nella soundtrack di Stranger Than Fiction, apparizioni nei maggiori talk show nazionali, fan vip come Stephen King… ce n’è abbastanza per fare della band di Austin un caso para-mainstream (à la Bright Eyes, ecco). Il problema è che la cosa non riesce ad andare oltre Liberty
Island; a parte gli entusiasti seguaci della scena intorno alla Merge e qualche addetto ai lavori, aldiquà dell’Atlantico Britt Daniel e i suoi non hanno ancora guadagnato lo status di semi-intoccabili di cui godono all’interno dei confini patrii.

Chissà se Ga Ga Ga Ga Ga, sesto album in 12 anni (tutti spesi in una corsa in avanti, un excursus degno delle migliori favole indie),riuscirà nell’ardua impresa di conquistare definitivamente il vecchio continente. Il dubbio è legittimo, perché se messo accanto all’aureo predecessore, non ha la stessa tensione, profondità e autorità, né vanta un totale inno jangle-pop come Sister Jack. Ha però una traccia ipnotica come The Ghost Of You Lingers (spettrali accordi di piano in “staccato” à la John Cale, più tre linee vocali sovrapposte); ha Don’t Make Me A Target, che prova a riprendere da dove le tensioni The Beast The Dragon Adore e My Mathematical Mind avevano lasciato; ha due gemme pop-soul Beatle-spectoriane del calibro di You Got Yr Cherry Bomb e Finer Feelings, che ci ricordano quanto a Daniel e alla sua ugola lennoniana piacciano le arie sixties; ha una chiusura epico-cinematica come Black Like Me, con il suo doveroso sfoggio di stoffa.

Il resto va bene per un dischetto essenziale e ruffiano quanto basta (il funk à la Cake di Eddie’s Ragga, l’apoteosi fiatistica di The Underdog, le consuetudini Pixies opportunamente ritmate di Don’t You Evah), giusto all’altezza degli standard indie pop rock d’oggidì, ma – parrebbe quasi – senza sforzi eccessivi. Potrebbe però accadere che, con i tempi strani che corrono, i quattro trovino paradossalmente nel disco “sbagliato” un cavallo di Troia per l’Europa. E, credetemi, non sarebbe affatto un peccato, ché gli Spoon sono una bomba ad orologeria pronta a scoppiarti in faccia quando meno te l’aspetti.

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