Recensioni

6.8

Gli Spinning Coin sono una band di Glasgow composta da Cal Donnelly, Chris White, Jack Mellin, Sean Armstrong e Rachel Taylor. Il loro sound ha come marchio di fabbrica chitarre sgraziate e uno stile compositivo volutamente obliquo, che oscilla deliberatamente tra l’avvilimento e l’incanto.

Il secondo album, dopo il debutto di Permo (in parte prodotto da Edwyn Collins, uno dei primi e più iconici esponenti della scena indie-pop scozzese), conferma la scelta stilistica di alternare passi audaci e gesti semplici, apparentemente senza sforzo, con un piglio sicuro e quasi insolente. Tra atmosfere quasi spettrali, sospese, e melodie immediate, urgenti, si snoda un racconto di tredici brani che racchiude in sé tutti gli stilemi più riconoscibili del brit-pop dei tardi anni ’90-primi 2000: la potenza, i riverberi, l’esistenzialismo narrativo e una vaga psichedelia, con la tenerezza disarmante dei Pastels, l’acume di Jarvis Cocker, le intuizioni bluesy dei Coral.

Scanzonati, allegri, ma anche un po’ affranti, romantici e impertinenti, gli Spinning Coin ci accompagnano in un ascolto agile e uniforme, che omaggia la tradizione pop made in UK non senza accenti di spiccata personalità. Una prova per molti versi elegante, di un’eleganza il più delle volte disadorna, che talvolta si compiace di impennate passatiste e nostalgiche (Laughing Ways o Black Cat, con l’incantevole timbro di Rachel Taylor), altre volte diventa disarmonica e intimista (Avenues of Spring), altre volte ancora indulge – sorprendentemente –  in un’opulenza di suoni e liricità (come in Ghosting, una folgorazione improvvisa che sembra quasi un metatesto degli Arcade Fire di Funeral, intenti a citare a loro volta David Bowie).

Tutto molto a fuoco, magari privo dei tratti della memorabilità, ma pregevolissimo e riuscito, soprattutto negli equilibri e nei contrappesi: grazia ed energia, riconoscibilità e unicità.

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