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DeForrest Brown Jr. è un attivista, scrittore e compositore nato a Birmingham in Alabama, uno degli stati storicamente più razzisti degli USA. Talmente intriso di white supremacy religiosa che nel 1901 pianifica la riscrittura della sua Costituzione interna con lo scopo, come disse John Knox, presidente della commissione costituzionale, di “stabilire la supremazia bianca in questo Stato. La nuova Costituzione elimina l’ignorante voto negro e pone il controllo del nostro governo dove Dio Onnipotente ha voluto che fosse – con la razza anglosassone”.

Lentamente queste aberrazioni legislative sono state eliminate, ma resta in quell’area un’ombra oscura che aleggia per rifrazione su tutta la società USA, ancora incapace di risolvere una volta per tutte le sue contraddizioni nella gestione di una società multiculturale quale essa è per definizione e storia. DeForrest Brown Jr. si muove quindi nella sua attività teorica e musicale con questo pesante fardello storico culturale che cerca di capire studiando personaggi fondamentali della Black Culture come Amiri Baraka o ascoltando la musica di artisti jazz visionari come Archie Shepp.

Da questi studi e ascolti nasce in seguito una fascinazione per la Techno di Detroit, vista da lui come una delle ultime rivoluzioni della cultura nera, capace di assegnare un’identità ad un popolo storicamente dislocato per via dello schiavismo che li aveva portati forzatamente in una terra straniera rendendoli alieni a quella terra stessa e a sé stessi. Quella che il sociologo Du Bois definì la doppia coscienza: uno stato mentale in cui non sei in grado di sentirti parte di una comunità.

Musicalmente Brown trova la sua espressione nel progetto Speaker Music che gestisce principalmente in solo, ma con la collaborazione di altri attivisti e artisti come Ting Ding. La sua musica e le sue idee trovano la loro casa nella Planet Mu di Mike Paradinas per la quale incide prima un singolo nel 2019 e poi il primo album nel 2020 Black Nationalist Sonic Weaponry, accompagnato da un booklet di 60 pagine scritto con altri suoi compagni di lotta che diventa il manifesto delle sue idee che mirano a rimettere al centro la Blackness all’interno della Techno, intesa come rapporto più ampio fra tradizione afroamericana e musica elettronica, ma anche come ideologia tesa a combattere attivamente per la determinazione di una propria identità (è suo lo slogan “Make Techno black again”).

L’album ha brani con titoli lunghissimi, micro manifesti concettuali in cui viene reiterato il principio di oppressione della popolazione nera negli USA e la sua possibile liberazione tramite la musica elettronica. Queste sue idee vengono ampliate nel suo ultimo lavoro Techxodus che, grazie alla grafica di copertina realizzata magnificamente da Abu Qadim Haqq, ripropone le idee dell’esodo forzato dall’Africa mescolato con le idee di decostruzione sonico ritmica di Kwodo Eshun. Come per i suoi altri lavori l’ascolto è volutamente faticoso e aspro. Una provocazione concertata dall’autore che dichiara nel primo brano dell’album che si tratta di “musica nera che suona tecnologica, piuttosto che musica fatta con la tecnologia”. Lunghe parti orchestrali si alternano a tappeti di ritmi frammentati, intercalati da urla, stab distorti e spoken word accennati oppure lunghe suite ritmiche che anelano una possibile crasi fra trap, techno e jazz, ma che spesso scadono della ripetitività.

Nella sua interezza l’album è la perfetta colonna sonora dell’esodo disumano degli africani dalla loro terra madre ed è in questa sua apparente forza che sta il suo più grande limite artistico. La musica di DeForrest Brown Jr. non ha un briciolo della potenza iconoclasta e popolare della Techno di Detroit che dice di ammirare. Cita Juan Atkins e Underground Resistance, ma è lontano anni luce dalla loro capacità di farti immaginare il futuro e vivere nel tempo in cui sei. Non ispira la lotta, ma ti fa vivere l’incubo del presente immerso ancora nel passato. Non racconta, ma ricorda. La sua musica è una fotografia retromaniaca di momenti di dolore che non trovano soluzione se non in una continua rappresentazione del dolore stesso. Nessuna guarigione, nessuna visione che vada oltre.

È tutto un macchinico susseguirsi di ritmi timbricamente uguali e lontanissimi dalla poliritmia africana. Le macchine non aiutano ad esaltare l’evoluzione della Blackness come ad esempio faceva mirabilmente Carl Craig in More songs about food and revolutionary art, ma al contrario la intrappolano in una concezione meramente razionale della musica che è tutta slogan e concetti in cui non c’è spazio per la vera improvvisazione, il groove o lo swing, tutti elementi caratteristici della tradizione della Blackness che Brown dice di inseguire. Le sue teorie perdono valore a fronte di una realizzazione così fuori fuoco e rivelano il limite di un approccio teorico che cerca di normare invece che comprendere. Come se aprirsi all’interculturalità fosse un sottomettersi.

Nonostante la sua ricerca, Brown dimostra di non aver ben elaborato le idee fondanti della Techno di Detroit e in qualche modo se ne appropria, come ha fatto Eshun, uno dei suoi riferimenti ideologici, per manifestare la sua voglia di riscatto verso una società che lo ha trattato e ancora lo tratta come un oggetto più che come un essere umano. Questo approccio porta ad una militanza isolazionista e divisiva più che ha una collaborazione interculturale. Paul Gilroy, uno dei teorici fondamentali della rilettura della cultura nera e profondo analista del razzismo sistemico, vede invece una soluzione dei conflitti sociali con quella che chiama ‘politica della trasfigurazione’ nel suo storico libro del 1993 The Black Atlantic: “Questa mette in evidenza l’emergere di desideri, relazioni sociali e modalità di associazione qualitativamente nuovi all’interno della comunità razziale che condivide interpretazioni e resistenze culturali e tra quel gruppo e i suoi oppressori di un tempo. Essa punta specificamente alla formazione di una comunità di bisogni e solidarietà che viene magicamente resa udibile nella musica stessa e palpabile nelle relazioni sociali della sua utilità e riproduzione culturale.”

Non sembra che questo sia il fine di Brown che nel booklet allegato alla sua prima uscita scrive: “In quanto persone di colore impegnate con tecnologie bianche alimentate da ideologie europee fratturate, il significato di ‘soul’ per noi si estende oltre la classificazione di genere e incapsula la nostra situazione di esseri categoricamente disumani agli occhi degli organi di governo e delle persone americane. La techno e le sue qualità romantiche di high-tech soul provengono da una lunga storia di resistenza e adattamento a un futuro che non ci è stato assegnato, parlando delle dinamiche sistemiche e dei sentimenti dei neri che lavorano per un futuro che non è debitore dell’utopismo bianco americano”.

Per cui, al di là della stupenda copertina, Techxodus non convince e anzi delude. Replica pattern ritmici già espressi nell’EP del 2021 Soul-Making Theodicity e professa idee di rivoluzione che risultano statiche e prive di spinta al cambiamento annegando nella razionalità macchinica e nichilista del disumano da cui cerca di affrancarsi. Se volete quindi avvicinarvi alla sua produzione è molto meglio leggere il suo libro del 2021 Assembling a black counter culture. La ricerca di fatti e citazioni nella musica nera ed in particolare sulla techno è notevole e lo pone come un testo di riferimento al pari di Techno rebels di Dan Sicko. Si potrà poi non essere d’accordo su alcune sue conclusioni teoriche, ma almeno vi risparmierete la loro non eccelsa messa in musica.

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