Recensioni

Forse la cover di Piano Song dei mai dimenticati God Machine può spiazzare, così delicata ed evanescente al limite dell’esangue. O forse no, se si (è) entra(ti) a fondo nel progetto Sparkle In Grey. Malinconia in dosi massicce a parte, quello che emerge dalla fedele rendition del classico dello sfortunato trio americano – e che prendiamo come chiave di volta per scardinare l’architettura di Thursday Evening – è l’eleganza di fondo, la ricercatezza strutturale e il perfetto equilibrio tra gli elementi, oltre che un gusto particolare per le “seconde linee” (ci perdoni Robin Proper-Sheppard) del rock che premia da subito il quartetto lombardo.
Gli Sparkle In Grey sono – possiamo dirlo con certezza, ormai, alla luce del terzo album lungo più una miriade di split e lavori collaborativi – uno dei gruppi più eleganti che si possano incontrare nel panorama italiano. Hanno di fondo una delicatezza, una attenzione tale, diremmo quasi maniacale, al cesello e al dettaglio anche impercettibile, che le loro composizioni potrebbero essere tranquillamente assimilabili a partiture classiche, nonostante i quattro traffichino con generi della modernità come il rock in opposition, il post-rock più o meno umbratile e orchestrale, l’art-rock colto e volubile.
Thursday Evening è un lavoro denso di mille riferimenti e di mille sassi gettati nello stagno dai cui cerchi concentrici si sviluppa una visione d’insieme che assume di volta in volta toni e gradazioni diverse: ora docilmente cameristica e pronta a sfaldarsi verso lidi etno-world (Thursday Evening (Ieri)), ora ispirata a abissi dub-wave, ora più corposa e noisy, quasi a giocare con lande cosmiche alla maniera dei nuovi corrieri, ora astratta minimal-techno in divenire (Song For Arch Stanton). Altrove emergono svisate post-rock su architravi white dub (Der Maurer) o eleganza orchestrata alla maniera del giro canadese (una Boiling Humiliations tra beat digitale e sensibilità umana), elementi che ci fanno venire in mente misconosciuti eroi sotterranei come i Bark Psychosis. Ma prendeteli solo come vaghi punti di riferimento questi nomi e queste suggestioni, fugaci indicazioni in una galassia in continua espansione ed evoluzione che trasuda classe e ricercatezza anche nella scelta delle altre due cover: che sia ricaduta su due outsider come Borbounese Qualk (la bellissima Soft City) e Empirical Sleeping Consort (il soffuso andamento ipnotico di drones e violini di Of Swift Flight) ci dice molto sulla ricerca sonora compiuta da Alberto Carozzi, Cristiano Lupo, Franz Krostopovic e Matteo Uggeri. Quando si dice che accessibilità e sperimentazione possono convivere, non si può non pensare a dischi del genere.
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