Recensioni

6.8

Assieme a A.G. Cook, SOPHIE è stata una delle menti hyperpop degli anni ’10. Ha ridefinito i confini del genere attraverso un approccio audace e innovativo che ha risuonato nel mainstream, culminando nella Brat Summer che ha invaso il globo (e pure la politica) quest’anno. La sua carriera, segnata da una precisa estetica visiva, ha catturato l’attenzione tanto nelle nicchie che a livello globale, da Diplo alla j-pop star Kyary Pamyu Pamyu, fino a Madonna e alla sopracitata Charli XCX. È diventata il nome da spendere anche quando si parla di PC Music tourt court rappresentando un caso mediatico di notevole rilevanza per molte testate specializzate.

Le affinità che legano SOPHIE alla netlabel fondata da Cook, sono molteplici e si concretizzano in una collaborazione con il boss dell’etichetta, attraverso il progetto QT e il singolo Hey QT, una fittizia bibita energetica resa in musica da mix di pop, house e hip hop dai forti legami anni ’90. La musica di SOPHIE si distingue per melodie iperglicemiche e ritmi battenti, spaziando dall’electro house a colonne sonore di videogame, fino a una versione japan-teen di Far Side Virtual. Il suo lavoro rappresenta una mutazione della vaporwave intellettuale e del massimalismo di Rustie e HudMo, un concentrato di brevità e divertimento che diventa anche la base dei suoi fortunati live set.

«Cerco di fare musica divertente da ballare, questo il messaggio che deve arrivare più forte», dichiarava nel 2013 all’altezza di Nothing More To Say. Ma questo era solo l’inizio di una carriera che avrebbe toccato temi complessi legati all’identità e alla fluidità di genere. Questo processo di disvelamento culmina con It’s Ok To Cry, l’inizio di una transizione M-to-F in divenire che il debut album Oil of Every Pearl’s Un-Insides incarna in un progetto artistico multi sfaccettato. Vi convivono momenti esagerati e intensi come delicati ed eterei, cupi e cybernetici come classici-contemporanei, un’esplorazione dalla forte personalità ma agli inizi, non priva di difetti e, anche per questo, eccitante e piena di possibilità, come testimonia il live al Sonar di quell’anno.

La tragica e prematura scomparsa di un’artista che nel 2021 aveva la testa piena di idee e progetti è un motivo in più di rammarico. Come riportato dal fratello e collaboratore Ben Long, in ballo c’erano due lavori, uno, astratto e sperimentale, l’altro squisitamente pop. Quest’ultimo, almeno secondo la sorella Emily, avrebbe dovuto attestare quanto di suo risuonasse nel mainstream di quel periodo e negli anni ’20 in generale. Un primo segnale è arrivato con Reason Why, un discreto singolo pop house in collaborazione con Kim Petras e BC Kingdom, uno dei due pezzi (l’altro è Live In My Truth) che citano apertamente il classico di Robin S. Show Me Love, e questo un anno prima di Break My Soul di Beyoncé.

Pubblicato l’album omonimo Sophie, scopriamo che queste sono tracce del segmento house/hyperpop di una raccolta che prevede anche techno, ambient e ballad assecondando il lasco concept della Big Night Out. Secondo Long, il lavoro era per la maggior parte completato, ma la discussione su cosa (e in che veste) fosse destinato al disco è ancora aperta. Brani che i fan conoscono bene dai live set – Take Me To Dubai, Burn Rubber e Transnationnon sono stati inclusi. Al loro posto One More Time (con Popstar), Berlin Nightmare (con Evita Manji) e tutta la sezione techno, sono dichiaratamente dei dj tool. L’ultima parte, più intima e melodica, non presenta una nuova It’s Ok To Cry, ma b-side di quanto abbiamo già ascoltato nella produzione di Hannah Diamond (Always and Forever) o riprese r’n’b delle produzioni di Robin S. di cui sopra (My Forever con la voce di Cecile Believe). Chiude in bellezza l’euro trance melanconica di Love Me Off Earth con Doss da New York, dove finalmente possiamo ascoltare il suo genio in azione, senza compromessi e in rotta verso lo spazio.

Che questo fosse nelle intenzioni il pandemic album di Sophie che dall’isolamento di Atene spediva demo e riceveva tracce vocali da artisti amici, è un’ipotesi plausibile. Uno spazio in cui ballare e sognare chiusi tra le mura di casa. Da qui la scelta di Long di escludere le tracce più negative in termini di mood e testo, affermazione che cozza con alcune delle scelte artistiche, come l’inserimento di The Dome Protection: una instant track registrata in una notte berlinese che si avvale delle cosmiche divagazioni di Nina Kraviz. Dovrebbero fungere da momento conturbante ed evocativo ma finiscono per risultare tediose, e appunto negative, come la distopia electro techno inscenata in Berlin Nightmare.

Sophie è un album che contiene buone canzoni, riempitivi e tracce che avrebbero dovuto essere diversamente destinate (o rimanere nel cassetto). Vista la mole di materiale inedito – si parla di centinaia di tracce papabili per la pubblicazione – non sarà neppure l’ultimo lavoro che ascolteremo della compianta artista.

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