Recensioni

Parole sofferte, sentimenti e riflessioni oltre la dimensione intima. Il progetto Sophia torna a sette anni di distanza dall’ultimo album con As We Make Our Way (Unknown Harbours), lavoro dove Robin Proper-Sheppard non abbandona la vena di songwriter ma ci pare comunque lontano dalle perle del passato. È ancora una volta la forza dei testi, meno personali, che oscillano tra sofferenza e speranza, a caratterizzare il lavoro, che riprende le atmosfere folk-rock del precedente There Are No Goodbyes confermando, ancora una volta, di essersi lasciato alle spalle il controverso People Are Like Seasons.
La forza malinconica dei testi, i toni gravi, incontrano maggiormente la dolcezza degli accordi acustici, ma non mancano gli episodi dove emergono elettricità e magnificenza orchestrale costruiti su arrangiamenti intriganti. Come accade in Resisting, una sofferenza («We could have cried all day/And yeah some days I suppose we did») raccontata tra accordi di chitarra e batteria, e che trova energia e liberazione nella potenza dei cori. Con The Drifter e Don’t Ask, Robin dà sfogo alla sua malinconica vena compositiva, regalando prima una struggente ballata sulle persone di età differenti che vanno alla deriva nel corso delle loro vite, poi una fredda riflessione sul tempo e gli uomini: «Everybody is running for something».
Blame è alt-rock su una batteria in marcia che accompagna la chitarra acustica; California, nella sua semplicità testuale e musicale, cerca la solarità della west coast. È St.Tropez/The Hustle il momento più elettrico, quasi a recuperare elementi del passato, pescati ora da People Are Like Seasons dei Sophia, a tratti dall’esperienza dei God Machine. Ma sono solo cauti accenni, così come i tocchi sintetici di You Say It’s Alright, per poi tornare alle ballate corali e orchestrali di Baby Hold On e It’s Easy to Be Lonely. Questi aspetti tendenti anche al baroque pop sono l’elemento aggiuntivo rispetto al folk più minimale del precedente album, insieme a parole che superano la dimensione intimistica per rivolgersi ad aspetti sociali. C’è, come sempre nei lavori di Robin, impegno e sentimento, ma forse ci si aspettava di più da un’artista come lui.
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