Recensioni

Dietro il nome Son Lux si cela un personaggio molto interessante,
una sorta di ibrido musicale tra tradizione classica, elettronica e
strutture ritmiche che richiamano l’hip hop più astratto. Ryan Lott,
ventinovenne nativo di Denver (ma con trascorsi migratori che lo hanno
portato ad attraversare in lungo e in largo gli States, dalla
California a New York, passando per il Connecticut) il suo primo
approccio con la musica lo ha come pianista, in una famiglia nella
quale le lezioni di musica erano un “must”. E forse proprio per questo,
una sorta di forzatura imposta dai genitori, ha subito abbandonato
l’idea di intraprendere la carriera di concertista, ma non quella di
compositore.
La formazione classica ha rappresentato un punto
fermo nella sua vita di musicista, andando ad arricchire via via le sue
nuove esperienze. Una storia come tante altre, che affonda le radici
nella multiculturalità americana, di quell’universo fatto di tanti
mondi che è la società statunitense. Dopo varie esperienze di
composizione, quasi come se fosse la sintesi di tanti tentativi, la
raccolta di un album di figurine durata anni, viene alla luce il suo
primo lavoro discografico, al termine di una gestazione per lo meno
triennale.
At Wall With Wall And Mazes è una sorta di concept album (con tanto di Prologo ed Epilogo) che
sintetizza alla perfezione i trascorsi di Lott. Un viaggio in continua
trasformazione nel quale il pianoforte è il protagonista indiscusso,
pur non prendendo mai il sopravvento. Le composizioni, quasi tutte
basate sul songwriting, come se fossero state concepite solo per piano
e voce, sono arricchite da arrangiamenti spiazzanti, che accostano
sezioni di archi e beats abstract hip hop, minimal-ripetitivismo, gesto
orchestrale e teatralità. Qualcosa, insomma, che sta tra il dream pop
elettronico del Duo Alias & Tarsier e l’estro di Sufjan Stevens e Dirty Projectors. Con il sigillo inconfondibile di casa Anticon.
L’iniziale Breakben sintetizza l’atmosfera di un album tutto basato sui toni scuri,
giocato sulle sfumature, ma che risulta, a tratti, paradossalmente,
monocolore. Un viaggio macabro, dai titoli brevi e lapidari (Weapons, War, Raise, Betray),
tutti dominati da un’oscurità che non riesce mai a trovare la luce.
Pessimismo cosmico o limiti compositivi? Nel dubbio, la piena
sufficienza.
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