Recensioni

Un incontro casuale in un mall del Midwest americano quando hai diciassette anni, un altro a un party per il Superbowl, l’evento sportivo più seguito dal pubblico americano, qualche birra, l’idea di far girare la testa alle ragazze e una sigla sociale che è insieme chabby-chic e misteriosa, provocatoria e post-moderna. Nascono così i Someone Still Loves You Boris Yeltsin alla fine degli anni Novanta ed è solo il web a farli esplodere oltre i confini della natia Springfield (Missouri). Li nota Spin Magazine e Broom con il suo malinconico college pop finisce sotto le grinfie della Polyvinyl Records. Basta un amen che ti ritrovi con un sophomore, Pershing, e un terzo disco, Let It Sway, senza che l’età faccia invecchiare o maturare di un giorno lo scazzo tardo-adolescenziale.
Si arriva così addirittura a una raccolta “che testimoni l’evoluzione del sound di una band” che in realtà rimane sempre identico a se stesso, sospeso tra powerpop zuccherino come se Rivers Cuomo e Brian Wilson fossero usciti a sbronzarsi insieme. Tra ballate dolciamare e party song intrise di malinconoia le 26 tracce inedite (tante quante le lettere che compongono il nome della band) si rincorrono nelle cuffie senza sussulti e, nel bene e nel male raccontano oramai dieci anni di attività. Il titolo? Beh, un omaggio al primo periodo della band, quando i quattro mandavano a casa dei fan cassettine con le loro nuove canzoni e le copertine dipinte a mano: retromania allo stato puro alla metà degli anni Zero. Una raccolta già ascoltata in streaming per la lunga soap di The O.C. (cui contribuirono con un brano, Oregon Girl) per chi non ne può proprio fare a meno e non si accontenta di quanto già noto.
Amazon
