Recensioni

Quando SA ha incontrato SOHN alla vigilia di una data in Sicilia quasi tre anni fa, il producer inglese aveva confessato la sua impazienza nel proseguire un tour che in più di un anno avrebbe portato lui e la band a suonare praticamente ovunque. L’esperienza attraverso i live, l’acclamato esordio di Tremors e la sicurezza di avere dietro le spalle un colosso di tradizione e professionalità come 4AD, hanno reso lo stile di SOHN un crocevia per le sorti del new r&b e post-soul. Ciò che si è trovato a fare Christopher Taylor (questo il nome di SOHN all’anagrafe) nei mesi successivi, però, è stato… correre (in tedesco, rennen): in tour per portare la sua miscela di blues elettronico ed emozionale a un vasto pubblico, da Vienna (dove si era stabilito dopo South London) a Los Angeles per essere vicino alla quiete della capitale austriaca ma conservare una prospettiva (sub)urbana. Ma soprattutto SOHN è corso verso nuove prospettive, ha detto sì a esperienze, a viaggi, a nuovi amori, a un figlio in arrivo. Taylor ha insomma giocato la carta dell’esperienza accumulata per scrivere il secondo capitolo della sua carriera.
Rennen è dunque, per prima cosa, un disco senza forzature, nato da un’urgenza di quiete che il caos può generare. D’altronde, per uno che nel momento di fioritura del nu-soul inglese (i vari James Blake, Kwabs, Jamie Woon, ecc.) si sposta dagli ambienti vigorosi e stimolanti del Regno Unito per preferire la quiete disturbante (ma forse proprio per questo più creativa) dell’Austria, c’era da aspettarselo questo atteggiamento. Rennen, a differenza del suo predecessore Tremors, è un album più astratto (come già dimostra l’artwork), che decostruisce elementi Rhythm & Blues su pattern minimali, che sa come far collidere la world music e il glitch con il beat clubbing, che, insomma, sa usare tanto Brian Eno quanto Jamie XX, tanto i White Stripes quanto Burial. Se a Tremors, però, “bastava” confermare le doti da songrwiter di SOHN, che già si erano palesate nella carriera da brillante producer (Banks e Lana del Rey, per fare solo due esempi), da Rennen si esige naturalmente di più: in primis la capacità di distinguersi dall’oceano sconfinato di new soulers, post R&bers e downtempisti.
Ci sorprende positivamente, dunque, la varietà stilistica di queste 10 tracce. Rennen suona un po’ come un Kid A americanizzato, come un Icky Thump elettronizzato, come ci saremmo aspettati la collaborazione fra Lana del Rey e Dan Auerbach. C’è poco r&b, almeno fino al terzo pezzo: Hard Liquor e Conrad hanno un’anima blues e un respiro radiofonico non indifferente, l’una con le sue lyric biascicate («My baby don’t make a sound / As long as her hard liquor’s not watered down»), l’altra con un’outline più vicina ai Led Zeppelin che alla parata di autori equivalenti. Ma del blues e del soul quest’album non ha solo qualche sporadica referenza. Per scelta programmatica (ascoltare Dead Wrong per credere) il focus degli arrangiamenti è minimo: basso, drumkit e synth. Inutile dire quanto questo favorisca l’emergere della voce di Taylor che, a volte (Rennen, ad esempio), fra falsetto ed emotività si trasforma nell’unica cosa di cui ci sia davvero bisogno per apprezzare il disco. A chiudere l’argomento sul recupero di radici che trascendano le recenti rielaborazioni nu-RnB, Primary tira in ballo un argomento popolare (nel senso politico del termine) come quello delle Primarie americane e, partendo dalla riflessione che «We’re not better than this…», sfocia in una lunga jam ambientale e meditativa. Falling e Proof, infine, sono ossessioni ipnotiche, punto d’incontro perfetto fra le mire commerciali dell’autore Christopher Taylor e la sperimentazione musicale del produttore SOHN.
Non è facile tirare le somme del discorso perché, nel turbinio stilistico di questo inizio 2017, SOHN rischia di soccombere o per lo meno non brillare a fianco dei vari jamesblakers di turno… Rennen, però, ha il pregio di essere un disco più immediato e quindi più accessibile per il grande pubblico, a partire dalla durata complessiva, che è meno della metà di quella di The Colour In Anything (quasi 80 minuti contro meno di 40), per fare un esempio. I brani che quindi ne scaturiscono, è giusto vederli come stilistiche e impressionistiche sedute di confessionale in cui l’artista londinese sintetizza emozioni e sensazioni nel modo più onesto possibile, che non significa necessariamente il migliore.
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