Recensioni

Che la scena musicale electro-pop stia attraversando una crisi d’identità in cui tutto il nuovo comincia a suonare vecchio è indubbio. Serve nuova linfa vitale e pare proprio che dalle parti di Sacramento, nella California di case vittoriane e gallerie open-house, ci sia un giovane pronto a immolarsi per la causa. Damien Verrett, oltre a essere un amante della scena R&B, canta, scrive e produce: con So Much Light, suo progetto solista, impasta un pop innovativo, basato tanto sull’elettronica quanto su atmosfere sottili e intimiste. Col suo album di debutto Oh, Yuck, Verrett si culla in una produzione di alto livello basata su una strumentazione piena, dalle chitarre ai corni, dalle tastiere all’arpa, per una scelta stilistica che spinge il tono generale del disco verso lidi che toccano l’estetica a cavallo tra baroque e synth-pop.
In un crescendo di arpe e trombe la strumentale New Game introduce il mondo di Verrett per poi confluire nella successiva Little Fanfare, elettrizzante momento pop dove i loop elettrificano ogni strumento, e le chitarre sporche e distorte sembrano urlare all’infinito, per una composizione orchestrata dalle tonalità calde. Se il pop veloce di Full Body Mirror si apre con un leggero sfarfallio sensuale di xilofoni e legni, l’emozionante Love that never fades si solleva in un vuoto complesso e al tempo stesso fresco; la tavolozza di suoni imbastita dal giovane musicista vede brillare il tracciato elettronico di Stomping Ground, manipolazione di silenzi e dinamiche che ricordano i vecchi giochi Nintendo. Si balla sul sintetismo oscuro di Be Afraid (che vede anche la partecipazione del giovane talento di Chicago, Nnamdi Ogbonnaya), tutta versetti da simil fumetto e strumentazione carnevalesca. Un gioco, uno scherzo che nasconde invece un testo molto scuro e politicamente schierato: è la natura un po’ surreale di Verrett e quel suo combinare sonorità colorate e scintillanti con commenti caustici sul clima politico attuale, rendendo Oh, Yuck una sorpresa continua, in grado di sperimentare l’alto e il basso della condizione umana, accentuando l’incredibile performance vocale con un sound quasi selvaggio. Niente è scontato: dalla ballata slow jam di Idiot Soul, coi suoi falsetti incantati e beat al vetriolo, alla tridimensionalità pastosa e sensuale dell’r’n’b di Artificial sweeteners, passando per la new wave smaccatamente eighties di Summoner, il flusso libero della voce di Verrett spinge su armonie vocali e accordi dissonanti, mentre sorprende, provocando e divertendo l’ascoltatore. L’intermezzo elegante e pop-vintage di Ultra Sunrise si dissolve in quello scricchiolio di flauti e synth che è Flagship. Una chiusura delicata e fragile viene offerta dalla cinematografica Game Over, con le sue fioriture orchestrale, per terminare nello stordimento avvolgente e melodico della fluttuante Let It Absorb You.
Nonostante alcuni momenti in cui la messa a fuoco si rivela un tantino deludente – è il caso di Deep Down e Flagship – So Much Light non abbassa mai la guardia, continuando a sorprendere l’ascoltatore con quella che sembra una giocosa improvvisazione (ma non è): l’imprevedibilità di Oh, Yuck brilla e cattura l’attenzione con un gusto lussurioso e fresco. Il giovane Verrett – classe 1991 – mostra una dedizione totale al mestiere dell’artista, senza limiti, nell’anarchia bellissima e coraggiosa di un suono definito e intelligente. Dagli intricati carichi strumentali alle performance vocali, niente è fine a se stesso, nessun suono si limita ad essere catchy senza un perché: Verrett esaurisce l’idea stessa di pop, portando i limiti del suono in più direzioni possibili, facendo risultare ogni beat brioso e originale. Che questo giovane riccioluto dal lineamenti gentili che ricordano Xavier Dolan possa farci sperare in una nuova stagione electro-pop?
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