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Probabilmente il titolo voleva essere un po’ auto-revivalista, ma sappiamo tutti che il buon Doggy se ne era andato, eccome. Due capolavori certificati (The Chronic con Dre e il suo esordio Doggystyle) a collocarlo per sempre nel firmamento della West Coast più gloriosa – senza lui e il Doc, il G-funk probabilmente nemmeno esisterebbe – e una serie di sporadici lavori beni riusciti qua e là: Drop It Like It’s Hot, giusto per dirne una, fa scuola ancora oggi. Poi tanto p(i)attume, con un talento comunque straordinario piegato e messo in un angolo da un personaggio divenuto anzitutto mediatico, prima ancora che musicale. Dopo improbabili metamorfosi messianiche votate al rastafarianesimo, stantie nostalgie funk già fuori tempo massimo, reality shows e trash TV varia, sembrava che Snoop fosse destinato ad invecchiare inesorabilmente così, tra una comparsata in qualche talk show e una insta-story dove si rolla l’ennesimo joint della giornata.

Diciamocelo chiaro, nessuno si aspettava che il rapper con il collo più oblungo d’America potesse tirare fuori ancora un lavoro anche solo decente. Ecco però che i “sì, come no” suscitati dal programmatico titolo si sono trasformati in un “azz, ci siamo” sempre più convinto di traccia in traccia. Neva Left funziona bene, eccome, ed è un colpo di coda insperato ma decisamente ben accetto. I revivalismi nostalgici ci sono, come è giusto che sia; e allora via di West Coast a bomba, con QUEI suoni – sentire Bacc In Da Dayz o Mount Kushmore (si, vabbè) per credere – che magari nel 2017 ci stanno ma non troppo, eppure sono (ancora) accettabili se fatti così bene. La cosa bella, però, è che non di solo scimmiottaggio di Dre vive quest’album, e anzi la palette stilistica è quantomai ampia. Questo non toglie coerenza o coesione alla scaletta, ma anzi restituisce la sensazione che questa volta Snoop abbia fatto veramente quello che gli andava di fare divertendosi un mondo.

E allora c’è anche tanta trap (Trash Bags) fatta come si deve, qualche bassone post-wonky tagliato al laser (Moment I Feared), le ballate funk da rimorchio facile (Go On e Love Around the World), una dilatazione impregnata di THC con 420 (Blaze Up) e diverse mine davvero buone (Toss It, coatta il giusto, esalta non poco). C’è poi un inseguimento del Busta più clownesco in Let Us Begin e una title-track che si sega le gambe da sola campionando As Long as I’ve Got You dei The Charmels: una scelta di sample che a chiunque mastichi un minimo di hip hop non potrà non rimandare immediatamente a C.R.E.A.M. del Wu-Tang Clan. Piccole cadute di stile che comunque non inficiano la riuscita di una buonissima e inattesa resurrezione. Senza ancora crederci davvero molto, speriamo che non sia finita qui.

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