Recensioni

Il disco d'esordio di Greg Feldwick arriva dopo una pletora di uscite su svariati format (white-label, EP, singoli, etc.) per Stuff, Ramp e Planet Mu. Il full su Ninja lo fa uscire dall'underground con un suono che non parla house, ma che si bea di synth à la Luke Vibert, tagliati con le idee dell'ultima generazione maximal (Rustie o Digi G'Alessio), coniugando l'analogico con la nostalgia del cheap tuning (genere su cui Sluga ha mosso i primi passi).
Questo senso di futuro-che-incontra-il-passato non è una posizione arroccata su isterismi nerdy (come poteva essere l'approccio di Zomby in Where Were You In '92). Per Greg l'uso delle macchine analogiche e delle vocine in elio (Climbing A Tree) taglia in due l'oscurità Burial-iana e apre squarci di nuova e sorridente luce su tutto il bass britannico. I cieli UK si ri-animano di personaggi a 8 bit (quelli del post-rave che vedevamo ballare nella copertina di Hard Normal Daddy di Squarepusher) e di nostalgie per le partitone con il Nintendo.
Ma non è solo una questione di ricordo e lacrimucce: il ragazzo vede bene nel futuro perché taglia anche con citazioni a strumentini early techno (Earth Claps), mescolati a layer sinfonici che devono molto alla lezione IDM di Boards Of Canada e probabilmente anche a gente più indie (DNTEL o Books). In più ci sono anche le grandi ombre del prog (Mountains Come Out Of The Sky) e del math-hop à la Anticon (Moonbeam Rider).
Sluga mescola poli opposti in un mix coerente, che getta le basi per un futuro interessante, ancorato al passato ma consapevole delle sue potenzialità (New Worlds). Ci piace questo suo senso di informalità e di convivio sonoro, questo uso pacato dei suoni oldy e di humour che da un po' mancava nella scena. Non può comunque essere disco dell'anno per qualche sbavatura qui e là, ma per chi scrive il potenziale del ragazzo è altissimo.
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