Recensioni

6.4

Il cane rabbioso ritratto in copertina sembra voler riprendere la cover di First Utterance dei Comus. Eppure dietro la sigla Slobber Pup ci sono Jamie Saft (New Zion Trio, Metallic Taste Of Blood), Trevor Dunn (Mr Bungle, The Melvins, Fantomas, Tomahawk), Joe Morris e Balazs Pandi (tra le altre cose, collaboratore di Merzbow e Mats Gustafsson), prime donne di una tradizione discografica che unisce avant, suoni hard, jazz e chi più ne ha più ne metta.

Black Aces non fa eccezione in questo senso, con i suoi cinque brani totalmente improvvisati in cui sembra di ascoltare una sintesi tra l’Experience di Jimi Hendrix e i Soft Machine del primo disco, virata verso un lerciume blues ancora più incrostato ed estremo. L’etica è quella del free jazz e così, a momenti in cui la vis avanguardista costruisce muri di suono possenti – impressionate la carica animalesca di Pandi alla batteria e l’organo malato e fondamentalmente soul di Saft, soprattutto nei venti minuti di Accuser – si alternano parentesi in cui gli strumenti procedono completamente slegati e in pura sbornia colemaniana. Nei primi gli Slobber Pup sono maestri, con quel sommare fisicità testosteronica sulla chitarra elettrica, giuste cadenze e buon affiatamento; nei secondi sembrano meno efficaci tra barlumi di autoreferenzialità che talvolta perdono il filo del discorso facendo abbassare la tensione generale per la voglia di strafare.

Tecnicamente non c’è storia: i quattro macinano una potenza sonora impressionante. E’ il risultato finale che convince solo in parte, anche quando ci si sposta verso l’universo microtonale (Balalt).

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