Recensioni

7.8

Che il jazz italiano stesse vivendo una fase di "illuminazione periferica" – prodigo cioè di boati dal margine che scompaginano l'assodato e travalicano le categorie, portatore sano di intuizioni vitali e generose impudenze con lo sguardo puntato oltre la consueta modellistica afroamericana – lo sapevamo e ne abbiamo parlato. Il caso degli Slivovitz si insinua in questo scenario eppure riesce a stupire. Il settetto partenopeo sforna difatti una terza prova – due anni dopo il buon Hubris, anch'esso per l'etichetta newyorkese Moonjune – di altissimo profilo, nel quale la misticanza di forme, modi e influenze raggiunge un punto di sintesi formidabile.

Un turbine dinamico però mai caotico – o comunque nel segno di un caos organizzatissimo – di vampe e caligini fusion, estro balcanico, umori folk-soul, enfasi prog e ammiccamenti Canterbury, un carosello di baldanzose e viscerali post-modernità capace altresì di scomodare con disinvoltura suggestioni contemporanee E.S.T. (il trasporto obliquo della stupendamente cinematica Fat) e rigurgiti di romanticismo Debussy (tra le perturbazioni ed i tepori sintetici di Opus Focus). Otto tracce in guisa di guizzanti mini-suite, condotte sul filo di un'ispirazione lucida e folle, l'irriverenza torrenziale e genialoide sintomo di una più che sospetta affinità zappiana: emblematica in tal senso la straordinaria title track, innescata da una giga kletzmer e quindi scarmigliata tra marcette folk, funk-jazz teso ed elettricità graffiante fino ad una esilarante svolta da brass band à la Mingus.

Impossibile poi non citare 02-09, metamorfosi ubriacante di ugge radioheadiane, epica indolenzita King Crimson (con una strizzatina d'occhio agli storici concittadini Osanna e al fiabesco pindarico Sigur Ros) e scarto ultra-bop deragliato psych, mentre Cleopatra Through col refolo d'armonica, gli ottoni stentorei ed i cartigli indemoniati di violino sembra una versione etno-world dei più adrenalinici Weather Report. E' il caso di sottolineare che i sette si trovano perfettamente a loro agio anche nelle situazioni più pensose, vedi lo sviluppo bossa dimesso e l'afflato cinematico di Pocho oppure i miraggi psych tra gli umori orientali di Vascello. Ragion per cui il quadro può dirsi completo e deliziosamente eccessivo, deborda oltre la cornice come una festa incontenibile.

Non è facile ipotizzarlo a capofila di qualcosa, ma è già di per sé la dimostrazione di un fare musica che getta cuore, cervello, entusiasmo e talento oltre gli ostacoli vecchi (gli steccati tra i "generi") e nuovi (la polverizzazione dei generi come prassi, quindi la banalizzazione del guazzabuglio stilistico). Un disco che fa strage di alibi. Un gran disco.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette