Recensioni

7.2

Quattro anni per dare un seguito al fortunato Bani Ahead, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti: gli Slivovitz si confermano maestri di una musica che freme e si dibatte sotto una superficie lisciata nelle armonie dal jazz, pungolata nei ritmi dal prog, riflessa dai mille ammiccamenti del mood. Ancor più in questo All You Can Eat, episodio a fuoco e forse anche più concreto del precedente album nel suo seguire un filo logico sempre rintracciabile, nonostante le curve a gomito delle melodie e degli arrangiamenti.

Testimonianza ne sono brani strumentali come l’iniziale Persian Nighs: twang guitars da frontiera americana che incontrano un violino gitano, ma anche overdrive “grassi” e un basso imponente che ricorda alla lontana quello di Lorenzo Feliciati. E in effetti gli Slivovitz stanno un po’ in un limbo stilistico in cui potrebbero rientrare anche i Naked Truth dello stesso Feliciati, prog-funk-jazz e strutture allentate (Mani in faccia), con in più un portato orientaleggiante che identifica la mediterraneità della band napoletana (Yahtzee) e certi colpi di teatro da manuale (l’armonica a bocca “decontestualizzata” dal blues più stringente che spunta in Passannante e in altri brani).

Agli americani piace così, visto e considerato che All You Can Eat esce – come del resto era accaduto per Bani Ahead – per la newyorkese Moonjune Records, e anche a noi. Sono della partita Derek Di Pierri (armonica), Marcello Giannini (chitarre), Vincenzo Lamagna (basso), Salvatore Rainone (batteria), Ciro Riccardi (tromba), Pietro Santangelo (sax), Riccardo Villari (violino), in un disco che piacerà sia agli amanti dell’avant che del jazz.

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