Recensioni

6.5

La tempistica più o meno è sempre quella. Dopo una ventina d’anni di attività discografica (iniziando, convenzionalmente, a contare dal primo LP) molte band iniziano a copiare se stesse, lavorando di mestiere e suonando nuove solo per i neofiti del genere. Gli Slipknot invece no, loro da tempo hanno preso le distanze dal nu metal classicamente inteso (il quale, oggettivamente, ha già dato) e continuano imperterriti sulla strada del rinnovamento, con risultati alterni – per carità – ma lodevoli se non altro per l’intenzione. The End, So Far, settimo lavoro in studio per l’ensemble dell’Iowa, arriva a tre anni dal predecessore e a due dal primo tentativo solista (più che altro un concentrato di party rock cazzone d’annata, di quelli da festa in piscina per residuati 80s) del frontman Corey Taylor. Che dire? Meglio di un calcio in bocca, sicuro, anche se ovviamente i fasti del self-titled (1999) o dello stesso Iowa (2001) sono un ricordo lontano.

Per essere una fine, quella declamata nel titolo s’è fatta attendere parecchio. Tempo di portare a conclusione l’impegno preso a suo tempo con Roadrunner Records, storica etichetta del gruppo fin dal 1998: ventiquattro anni, che saranno mai. Un quarto di secolo (scarso) in cui la formazione “mascherata”, da promessa della scena heavy metal di Des Moines (capitale dello stato di provenienza) è assurta al successo planetario condito da riconoscimenti in serie come le numerose nomine (con vittoria, nel 2006) ai Grammy, le vendite da capogiro e gli ancora più numerosi trionfi/designazioni in un sacco di altri Awards.

Alcuni non hanno mai digerito l’eccessiva apertura alla melodia da tempo portata avanti dalla band, quindi per chiarezza va detto che anche con questo nuovo lavoro, co-prodotto dal combo e Joe Barresi (ChevelleBad Religion), c’è da masticare parecchio per mandare giù il boccone senza intoppi, anche se più di un occhio di riguardo alla fanbase storica il gruppo l’ha mantenuto, giusto per non perdere del tutto i seguaci della prima ora rimasti fedeli negli anni e già sballottati dalle varie giravolte stilistiche della sigla innestatesi nella più generale svolta “soft” (diciamo così) inaugurata da Vol. 3: (The Subliminal Verses) (dove a produrli c’era Rick Rubin: un’eresia per i puristi). Intendiamoci: The End, So Far è zeppo di asperità, il suono è duro, estremo, mica da educande. E in più l’ottetto azzarda soluzioni inedite, cosa affatto scontata per chi è in giro da così tanto tempo.

Già con i primi due singoli, The Chapeltown Rag (pubblicato addirittura un anno fa, quando il disco non era ancora stato annunciato) e The Dying Song, si erano messe le cose in chiaro: il primo viaggia per la gran parte su sfuriate thrash grind, intarsi rap metal e finale di pesantezze sludge; il secondo apre con una intro ambientale e il cantato a cappella di Taylor per poi dilagare in tappeti death grind sovrapposti ad aperture melodiche in stile nu: un pezzo classicamente Slipknot così come il relativo orrorifico video d’accompagnamento diretto dal percussionista travestito da clown M. Shawn Crahan. Dal canto suo, Yen, terzo estratto in ordine di tempo, vomita fuori avvolgenti linee melodiche violentate da un timbro vocale visceral/gutturale sostenuto da una ritmica feroce e chitarre grondanti bile e immerse in atmosferiche tessiture gotiche ad aprirsi in pesanti riff e scratch aggressivi.

Suscettibilità e scarsa propensione al dialogo impregnano la cifra di un po’ tutto il lotto: Hive Mind intimidisce, Warranty carica a testa bassa, Medicine For The Dead manganella come se non ci fosse un domani. Tra growl risentito, chitarre imbestialite, percussioni ribollenti – col doppio pedale che par vivere di vita propria – e deformazioni digitalizzate, gli Slipknot si mostrano in tutto il loro furore primitivo, che ha un picco d’eccellenza anche nel tribalismo crossover di H377, a nostro avviso il passaggio migliore del lotto insieme alla chiusura affidata agli echi medieval/sinfonici della squassante Finale. Poi certo, come detto, da tempo i ragazzi sono anche quelli melodici e puliti di Adderall, opening che fa suonare un campanello ma per fortuna è solo un falso allarme; di De Sade, lasca e con poco mordente; o di Acidic, che avvolge con una cappa doom ma è da prendere con le molle; così come Heirloom è pericolosamente prossima al succitato “solitarismo” di Taylor.

Ciò non toglie che in generale ci si muova tra il piglio audace di chi già si prefigura un nuovo inizio dopo la fine e un canone rispettoso della tradizione, che specie quando si parla di metal non è mai bene rinnegare. Anche per chi già guarda al domani.

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