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Non ce li ricordavamo certo così, gli Slipknot. Se si presta un orecchio anche solo all’ultimo album della band americana, We Are Not Your Kind, pubblicato l’anno scorso, appare evidente come la verve cazzuta della formazione “mascherata”, seppur inevitabilmente annacquata da vent’anni di attività discografica, si aggiri sempre in territori poco accomodanti.

Ora invece il leader Corey Taylor, alla sua prima prova solista, se ne esce con un disco catchy e solare che più al largo da quei territori non poteva girare, il che rende perfino superflua la domanda se in fondo non sarebbe stato meglio se l’avesse evitata, questa sortita in solitaria. CMFT, registrato agli Hideout Studio di Las Vegas con il produttore Jay Ruston e la sua band, è un concentrato di party rock cazzone e radio friendly che mette in fila ogni possibile cliché del genere “duro”, finendo per apparire come l’ennesimo, ridicolo residuato di reminiscenze prevalentemente 80s/90s giunto fuori tempo massimo.

Certo, rovistando in un accumulo di rottami di vecchi elettrodomestici qualcuno potrebbe trovarci qualcosa di riciclabile, magari uno sportelletto per lo scarico della lavatrice o un’impugnatura in gomma per l’aspirapolvere. Ma la necessità rende inclini all’utile, non al bello. Quindi diteci pure che l’album risponde ai vostri bisogni, ma non che sia esteticamente rilevante. È pur vero che Taylor lo conosciamo abbastanza – specie nell’incarnazione come leader della sua side band Stone Sour – per non stupirci del fatto che abbia insufflato un suo lavoro di fumi pop/hair metal di facile presa (ve lo ricordate nel video di Song #3 con in testa quel parruccone biondo in stile Europe e Bon Jovi?).

Qui però ha esagerato. Giusto il tempo – ma pochi secondi – di sparigliare le carte con l’intro quasi doom di HWY 666 ed ecco sciorinati in serie tutti i luoghi comuni più stucchevoli del classic rock. E siccome siamo in piena trance da Cobra Kai, la serie spin off di Karate Kid, diciamo che questo disco suonerebbe bene nell’autoradio di un Johnny Lawrence, l’antagonista di Daniel Larusso. Roba da residuati, appunto.

L’afflato è quello trash d’antan delle feste in piscina, delle conquiste tra il gentil sesso, dei giubbotti in pelle. È questo l’immaginario rievocato da una Black Eyes Blue, da una Samantha’s Gone o da una Kansas, omaggi al party rock più demodé delle sbronze sulla spiaggia di Santa Barbara al tramonto. Con la varietà offerta dalle divagazioni hardcore, ma sempre con in testa il mito dei guitar hero, di Meine Lux e European Tour Bus Bathroom Song, e dal crossover antiquato del primo singolo CMFT Must Be Stopped, che si avvale del contributo dei rapper Tech N9ne e Kid Bookie.

Poi certo, il piglio di Halfway Down è à la AC/DC e Toto, e Everybody Dies On My Birthday potrebbe pure fare effetto su orecchie particolarmente bendisposte; così come power ballad à la Silverfish – che insieme a Home è uno dei passaggi più gentili del lotto – potrebbero attecchire in chi è cresciuto a pane e grunge. Però nel complesso, la riuscita di CMFT è degna dell’acronimo che rappresenta: Corey Mother Fuckin Taylor, ovvero un’altra “perla” d’originalità.

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