Recensioni

Se vieni da Newcastle e come nome d’arte hai “melma”, non puoi che essere a uno stadio successivo di immedesimazione geografica e musicale, che si colloca fra il suono nero e soul del Nord Est inglese e quello post-jazzistico della West Coast americana. Slime, nome d’arte di Will Archer, in questo è un alieno. Passato dalla batteria ai mixer elettronici in pochi ma importanti appuntamenti (Jessie Ware, Vondelpark), il producer ha la capacità rara di saper unire i punti più importanti delle sue influenze musicale, coltivate nel negozio di vinili sotto casa a Newcastle.
Discendendo da un’eleganza indiscussa figlia del jazz e del blues (che trapela nei brani di Company), il ragazzo cuce l’R&B del ventunesimo secolo, i bassi profondi e introspettivi dell’electronica, la chill wave di un Washed Out, il deep blue di un James Blake con un pizzico di D’Angelo, i beat di Flying Lotus. Company è quindi un compendio di sleepy-tronic che raccoglie esperienze sintetiche importanti degli ultimi anni, cercando di trovare una via propria, che, volendo, potrebbe essere quella dell’intelligenza, della musica suonata di testa mirando al cuore.
Che sia un album di classe, d’altra parte, lo si capisce già dell’apertura affidata a Thurible, un brano synth-blues tutto armonica, fiati e digressioni vorticose. Striding Edge non è da meno, con il suo scheletro nascosto in una nebbia di sax e chitarra sottile. Il singolo Hot Dog, poi, è la chill wave più pura, che quasi ricorda un Neon Indian, un Destroyer in versione ancora più da cameretta, dei Cocteau Twins incrociati ai Lapalux; è un assaggio del potenziale pop (nel senso di ascoltabile) di cui Slime è capace. I bassi del future-pop di My Company fanno tornare l’asticella sull’astratto, sul liquido, di derivazione Caribou–Four Tet; e anche in questo sembra che il nostro Archer abbia giocato le carte giuste, calibrando suoni e beats su uno sfondo nebuloso, ma estremamente emotivo.
Sul lato “classico”, Symptoms, In One Year e Down And Tell, con il semplice aiuto di archi e fiati, testimoniano l’abilità di Slime di creare mondi emotivi di oggetti inanimati, di statuine fatiscenti, di edifici gassosi, senza il bisogno di parole. The Way of Aprilla, d’altro canto, riporta il Nostro sul piano del materiale e – a sorpresa – del giocoso: si tratta di un blues dedicato a Faustino, l’ala storica del Newcastle United.
I brani più mirati del disco, però, sono quelli che vedono Archer in featuring, prima con Selah Sue (At Sea Again), poi con Jeremiah Jae (Patricia’s Stories). Nel primo caso, la voce superlativa della musicista belga, si fonde benissimo con il dream-pop dei campionamenti di Slime. Il rapper di Chicago, invece, regala a Company un brano dalla varietà new-jazz hip hop (in stile ultimo Kendrik Lamar, FlyLo), che potrebbe rappresentare una validissma via da seguire nell’immediato e giovane futuro del cantautore di Newcastle.
Circondato da milioni di suggestioni differenti, Slime è riuscito nell’impresa di far suonare Company come un disco originale, forse proprio a causa dell’infinita gestazione, che l’ha visto, in solitudine (il titolo mente, in questo senso), lavorare su più di 200 brani e pubblicarne solo dieci, via Domino. Il lavoro di produzione, infine, è impeccabile e l’esperienza del live ci dirà quanta strada il ragazzo potrà ancora fare.
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