Recensioni
L'inno americano per speaker da cellulare. Gli sport jacket, gli elmetti da football, la bud light, il giubotto di jeans con camicia di flanella rossa e nera e l'infanzia passata a guardare i Goonies e Poltergeist. Gli Sleigh Bell sono sicuramente una delle band più americane in circolazione. Salgono sul palco di un Terminal 5 sold out che, tra i flash e le luci viola, ricorda l'arena del video di Thunderstruck degli AC/DC. Derek inizia a macinare i suoi lenti e corposi riff alla chitarra mentre Alexis intona il suo sensuale canto da sirena dell'indie rock. Un suono compresso, sporco, pensato per rendere irrilevante la pessima acustica degli stadi. Le mani alzate al cielo che si muovono a ritmo invocano la rivincita dell'Anthem Rock.
Kids, dal precedente Treats, ci ricorda come l'energia della band venga dall'ibridazione del rock con i dirty beats del southern rap. Non sorprende scoprirli di ritorno da un tour con Diplo nella sua Florida, terra natale del Booty Bass. Con le prime note di Comeback Kid la folla esplode, dei ragazzi iniziano a fare crowd surfing e l'energia è travolgente. Alexis tende la mano verso il pubblico che cerca di scavalcare le transenne per riuscire toccarla. Finalmente una band che non solo fa saltare il pubblico, ma anche sgomitare, spingere e cadere per terra. Durante Infinity Guitar un fan, o una fan, urla ad Alexis "Marry me!" e lei risponde "I will marry you!". L'intero concerto è breve ed intenso come una scarica di adrenalina. Il duo punta tutto sui singoli e le canzoni con mordente, riservandosi solo un lento per riprendere fiato a metà serata. Anche i pezzi di chiusura, Demons e Crown On The Ground, sono un crescendo di frenesia, tanto che, riaccese le luci, tutti mettono mano al cellulare per scoprire dove riversare la carica per il resto della notte.
Capaci come sono, gli Sleigh Bells, di gettare stilisti e designer del Meatpacking direttamente nell'immaginario della working class dispiace che non siano mai stati chiamati a #OWS. Fossero andati a Zuccotti Park, con il loro entusiamo e la presa che hanno anche sui pubblici più algidi e snob, forse ci saremmo risparmiati la sfilza di scribacchini impegnati, per l'ennesima volta, a dichiarare la morte del rock. Forse.
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