Recensioni

6.5

Eccovi una rapida lista delle critiche che sono state mosse dalla stampa internazionale (principalmente britannica) agli Slaves, ovvero la coppia “punk” del Kent formata da Isaac Holman (batteria e voce) e Laurie Vincent (chitarra e basso, a seconda del pezzo): una copia sbiadita degli Sleaford Mods, un duo completamente ignorante che scrive testi privi di logica e una formazione influenzata dalla “bestia nera” dell’attuale mercato discografico del Regno Unito, gli odiatissimi (ma popolari) Royal Blood.

Certo, il loro suono è basato sulle chitarre ma con gli Sleaford Mods ci azzecca veramente poco, e lo stesso si può dire del paragone con i Royal Blood, di sicuro più hard rock che punk. I testi poi, sacrosanto, sono “ignoranti”, nonostante cerchino di fotografare lo stato della nazione, eppure anche questa critica è piuttosto ingenua: il punk è, da sempre, in virtù del suo DNA, in perenne bilico tra farsa e autenticità estrema, dunque niente di scandaloso, o di sbagliato di per sé. Sul suono già sentito, lasciamo perdere: è questa la regola oggi, puoi rimescolare alcuni elementi ma attorno al suo verbo il recinto è ormai piantato, e rispettato proprio per la sua riconoscibilità.

Gli Slaves non inventeranno nulla ma un certo “tiro” è garantito. Prendete il tris iniziale: The Hunter è una cavalcata che comincia quasi doom per poi crescere rabbiosa; Cheer Up London ha tutte le caratteristiche dell’inno brutto e grossolano ma funzionale al sing-a-long (e mettici che il duo, dal vivo, ci sa fare…); Sockets, invece, è una travolgente lezioncina stradaiola tra chitarre a tutto andare e storielle urbane.

Peccato che il resto della tracklist non sia all’altezza. Divertente, tra cori, cadenze panzer e corde grattuggiate, quello sì, ma schematica e ripetitiva in molti frangenti (Wow!!!7AM è un esempio). Il suono, del resto, è quello del punk classico, dai Sex Pistols agli Adverts, senza accenti californiani o, tantomeno, hardcore, una corsa di 37 minuti senza troppi sforzi che, in alcuni momenti – come la title track – trova anche spazio per certa malinconia Libertines, seppur più scanzonata.

Forse non un centro pieno, ma sicuramente un album che fa il suo sporco lavoro.

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