Recensioni
Dopo le disavventure con la EMI gli Skiantos approdano alla Universal con questo disco (prodotto da due ultrafan mecenati) sperando finalmente in promozione e distribuzione più efficaci.
I temi e lo stile sono quelli consueti, per niente addolciti dall’approdo alla major: a partire dal titolo che, in un’epoca che si sente più in crisi delle altre, non perde tempo a prendersela con governi o teleimprenditori e si rivolge direttamente all’autorità somma.
Non c’è una title-track che approfondisca il titolo: la domanda nasce semplicemente dal consueto panorama di disagi tracciato dal gruppo, in particolare il senso di esclusione e inadeguatezza (Testa di pazzo, che apre il disco all’insegna di un rock blues che fluisce fresco e spontaneo rinforzato dall’hammond di Pippo Guarnera; gli ispirati virtuosismi verbali e poetici di Tu tremi, lentone anni ’50 sui vari tipi di tremori moderni -con tanto di sax anni ’50-visti-dagli-’80 dell’ex Charlie Molinella e mescolanza surreale finale; il torrido blues “filosofico” di Senza libretto di istruzioni) e l’emarginazione (le teorizzazioni antilavoriste di Una vita spesa a skivar la fresa, o il valzer surreale con inserti hard e twist e (im)morale conclusiva di Senza vergogna, col quale trovano anche il modo, loro emiliani, di dedicarsi per la prima volta al liscio).
Tutto classico, come detto, con un rock a metà tra la tradizione di Signore dei dischi e il crossover di Saluti da Cortina. Ma la penna funziona, e se Il razzista che c’è in me segue una classica formula Chili Peppers e Sensazione magica sconta un chorus debole, non mancano lampi lirici e momenti musicali che le riscattino; Merda d’artista poi, un testo già musicato in Ironikontemporaneo 2 e qui trasformato in un hard-funk di rara potenza, nonché l’inno punk di Odio il brodo – che ovviamente va oltre l’aspetto alimentare per prendersela con tutto – meritano davvero.
E poi vista la relativa diffusione dei dischi precedenti non è che il pubblico sia esattamente saturo del loro stile e dei loro temi: il disco perciò, oltre ad arricchire comunque un repertorio che non dorme sui ’70, può funzionare anche come compendio di poetica per nuovi adepti.
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