Recensioni
Allah-las, Apparat, Arab Strap, Baustelle, Trentemøller
Siren Festival 2017
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gianlucalambiase
- 2 Agosto 2017

Riavvolgere il nastro con i luoghi e la musica di Vasto ancora nella mente è sempre un esercizio piuttosto difficile da affrontare. Riuscire a far decantare le suggestioni che la quattro giorni abruzzese riesce a suscitare ogni anno è altrettanto un’operazione complicata e faticosa, che richiede il tempo necessario per riuscire a mandare in archivio così tante belle sensazioni. Il trucco del Siren Festival sta tutto in quel macrodettaglio che, al netto di una line up sempre trasversale e originale, accosta una cornice mozzafiato e un’organizzazione a misura d’uomo che rende piacevole e godibile anche il solo passeggiare tra le stradine e i suoni della cittadina sul mare. E’ una premessa doverosa e sostanziale, perché è sempre più inevitabile legare il giudizio più prettamente musicale all’empatia che solo questo luogo sa far nascere.
Un festival, il Siren, che di anno in anno sta ampliando con misura i suoi limiti (gli show acustici pomeridiani e i dj set notturni in spiaggia sono stati la novità di questa quarta edizione) e con essi il suo pubblico, che quest’anno abbiamo visto allargarsi anche a famiglie e a fasce di età più basse. Complici, indubbiamente, sia la trap riempi piazza di Ghali che l’hip hop in salsa indie di Carl Brave x Franco 126, sicuro e mattatore sul palco il primo, sempre più fenomeno dell’indie italico dell’anno i secondi. Il nostro Siren si è aperto con l’incontro con Alioscia Bisceglia dei Casino Royale moderato da Emiliano Colasanti, amarcord che si è concentrato sui primi dieci anni della band milanese e nel corso del quale è stata annunciata anche la ristampa in vinile di CRX a venti anni dall’uscita. A seguire è stato il turno di Quattro Quartetti e anche qui, immaginare un angolo per la performance di Emidio Clementi e Corrado Nuccini in un qualsiasi festival tipicamente inteso, sarebbe quantomeno ostico o complicato, e invece pubblico, orario e la cornice dei giardini d’Avalos hanno dato ragione e un sapore ancor più evocativo alle parole di T.S. Eliot. Colombre e Andrea Laszlo De Simone sono state le nostre scelte del giorno a Porta San Pietro, con il primo che ha convinto nonostante un pubblico ancora freddino e il secondo che, malgrado un po’ di problemi tecnici, ha restituito meglio ancora che su disco il suo cantautorato rock incendiario e imprevedibile. Facciamo in tempo ad ascoltare l’ultima mezz’ora di Ghali che arriva il turno dei Cabaret Voltaire o di quel che ne rimane. Rimasto solo Richard H. Kirk, il marchio ha proposto un set tanto urgente e violento quanto emblematicamente rappresentativo di tutto ciò che ha significato per elettronica, sperimentazione, industrial e acid house, un’istantanea definitiva fatta di denuncia, provocazione e dissonanze supportata dalla raffica di immagini proiettate sui videowall.
E’ toccato quindi ai Baustelle l’onere del concerto principale in Piazza del Popolo. Per anni si è detto che, a prescindere dai giudizi sulla produzione in studio della band di Montepulciano, dal vivo il gruppo faticava sempre a convincere. Un luogo comune duro a morire già sfatato con il tour di Fantasma (testimoniato in parte dall’ottimo Roma Live) e che in questo nuovo giro di concerti trova ulteriore, positivo riscontro. Certo, a circondare Francesco, Rachele e Claudio ci sono musicisti straordinari che da soli portano il suono del gruppo su un gradino più alto (Ettore Bianconi alle tastiere, Sebastiano de Gennaro alle percussioni, Alessandro Maiorino al basso, Diego Palazzo a tastiere e chitarre e Andrea Faccioli alle chitarre) ma la compattezza e la forza d’impatto dimostrata sembra aver raggiunto definitivamente una qualità superiore e convincente, con una scaletta che pesca dall’ultimo disco ma che non si nega neanche le classiche hit del passato. Il primo giorno di festival avrebbe dovuto chiudersi con un attesissimo dj set di Apparat ma le nuove misure di sicurezza hanno imposto un numero limitato di accessi a un Cortile di Palazzo d’Avalos da cui molti sono rimasti fuori, tra cui anche noi.
Il secondo giorno di festival si apre con il live dei Zooey, interessante duo francese di stanza a Londra che mescola lineari melodie minimal in salsa XX a intrecci synth-pop. Eppure è l’essenzialità disarmante delle canzoni di Lucy Rose a lasciarci beatamente inermi, mentre la cantautrice britannica riavvolge con chitarra e voce il nastro di un viaggio fatto in Sud America con i suoi fan. E’ stato il turno quindi dei campani Gomma per un set della durata di una quarantina di minuti sufficiente a confermare una delle più piacevoli e interessanti novità dell’anno, sempre più in forma, con la solita spregiudicatezza, rabbia e distacco che la fa misurare senza timore anche con cover di Fugazi (I’m So Tired) e Wilco (Someone To Lose). Arriviamo quindi ai piatti forti di questo Siren 2017: smaltito l’hype accumulato nel corso degli anni, Ghostpoet ha proposto brani tratti dal suo ultimo disco di prossima uscita, confermandosi sempre più crooner rodato in grado di immergere spoken world, blues e deviazioni nu-soul in atmosfere trip hop. Il set degli Arab Strap è stato invece esattamente quello che avremmo voluto sentire, ovvero una scaletta che pesca a piene mani da un po’ tutta la discografia, e tutti questi anni, nonostante i chili in più, sembrano non essere mai passati per Aidan Moffat. Il crescendo finale culmina con il concerto di Trentemøller, un live scenicamente e stilisticamente enorme, incapace di stancare anche solo per un attimo, in una mescolanza di generi che prende elettronica, techno, ambient, house, rock, melodie, e ce le sbatte tutte insieme con una potenza espressiva inaudita.
Un crescendo che fotografa l’enorme lavoro culturale e organizzativo che il festival sta compiendo di anno in anno, coltivando e aumentando il proprio pubblico. Un pubblico che nel programmare le proprie vacanze, si conserva l’ultimo weekend di luglio per raggiungere quella Sirena che ogni anno non si stanca mai di sorprenderci.
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