Recensioni

Lisergici, fino ad offuscare la più basilare distinzione di genere. Androgini, immersi come sono in una fitta e indefinibile coltre di elettronica, distorsioni e nuvole di fumo noise. Raggianti, con le loro chitarre psych tenute in piedi da un flusso furioso ed imperterrito, ritmiche sostenute alla disperata ricerca di una propria dimensione. Compagni nella vita e complici sul palco, Tim Hurley e Danni Iosello tornano sotto il marchio Sin Ropas a ben sei anni di distanza dal precedente e portentoso Holy Broken.
Mirror Bride riprende il discorso esattamente da dove i Nostri l’avevano interrotto: le atmosfere impalpabili, imbevute di melodie alt-rock-pop-blues e rimandi psichedelici, fanno ritorno, confermandosi il tratto distintivo del duo. Una disorganicità educata che se da un lato si fregia di una perenne imprevedibilità, dall’altro conferma una estrema ricercatezza nelle soluzioni, che si traduce in una potenzialmente infinita decodifica di suoni, atmosfere, suggestioni, riferimenti. Ci sono quelli classici che accompagnano la formazione sin dall’inizio (le chitarre dei Meat Puppets, il songwrtiting degli Sparklehorse), ma stavolta si aggiungono anche certe occhiate pysch-pop (Silver Brow) e ritmiche calzanti tardo beatlesiane (Summer Bug).
Un album in costante tensione, imprevedibile, in grado di virare da un momento all’altro verso un folk lo-fi (Broken Beaches) o magari di rallentare tutto e ritornare alla base (Tourniquet), tra angoli nascosti e mondi smarriti. Un lavoro che conferma quanto di buono i due ci avevano già mostrato, levigando leggermente gli spigoli del capitolo precedente e condensando il tutto in appena trentatré minuti. Se siete stanchi delle solite soluzioni e avete voglia di provare qualcosa di nuovo partendo per un bel trip musicale, siete nel posto giusto.
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