Recensioni

Dopo il conflitto, probabilmente, il nulla. Nel senso che questo Post-Krieg, secondo lavoro lungo per Simona Gretchen a tre anni abbondanti da Gretchen pensa troppo forte, pare che sia anche il suo epitaffio. Fine dell’avventura, almeno sotto queste spoglie. Vedremo in futuro. Intanto c’è questo disco, breve, compatto, neanche mezz’ora per otto tracce (ma la prima, In, è una brevissima ouverture in guisa di talking teutonico effettato) immerse nella densa tensione di un concept. Si parla di identità e dissidio, di opposti e alienazione, di memoria frammentata e ricomposta, dei generi come libertà o schiavitù e del loro superamento, di catarsi e accecamento dei sensi. Con la mente a Jung, Nietzsche, Artaud.
Uno sforzo concettuale che riesce a non sembrare pretenzioso perché ben impastato nell’amalgama sonoro, parata di palpitazioni cupe e impetuose, una monotonia programmatica ravvivata da svolte (ritmiche e stilistiche) repentine e sconcertanti modulazioni emotive. Parecchio hard blues acido dai riverberi Seventies (Everted part I) e stoner (la title track), un ciondolare iearatico e grottesco che rimanda ai CSI più elettrificati (Hydrophobia), vampe wave incalzanti e indolenzite (Pro(e)vocation) e nevrosi arty con derive kraut (Everted part III, con l’ectoplasmatica tromba di Paolo Rainieri dei Junkfood). Apprezzabile il contributo di ospiti quali Nicola Manzan (molto belli gli archi nella mitteleuropea Enoch) e di Paolo Mongardi (batteria della Fuzz Orchestra).
Quanto alla Gretchen, nella sua voce resta qualcosa di irriducibilmente affettato, soprattutto quando si dà al talking, ma è evidentemente cresciuta, ha preso in mano la situazione con grinta e lucidità. Dunque, brava. Ci auguriamo di saperla presto al lavoro su altri progetti, sperando che non si limiti a gestire la sua label Blinde Proteus, come peraltro ha ben fatto finora.
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