Recensioni

Simon Joyner è l’uomo nell’ombra che riporta alla luce i lati più oscuri dell’animo umano: uno Steinbeck dimenticato, con la sua letteratura sonora a base di proverbiali loser e inconsolabili solitudini, che ha sicuramente raccolto molto meno di quanto seminato in oltre trent’anni di carriera. Artefice del proprio destino e con quel piglio da sapiente artigiano con cui ancora oggi plasma la materia dei suoi brani, Joyner ha sempre puntato tutto sulla ricerca di un’identità artistica unica che lo liberasse dalla schiavitù del successo effimero, scelta che gli è valso il merito di essere accostato a grandi autori ed interpreti del calibro di Bob Dylan, Leonard Cohen e Woody Guthrie. Fedele solo a se stesso, l’artista originario di Omaha è riuscito ugualmente a stabilire una forte connessione con quella fetta di pubblico (sempre più rara) in grado di andare oltre il semplice ascolto, in linea con quel Conor Oberst (anche lui originario di Omaha) che ha spesso citato Joyner come fonte di ispirazione per la sua carriera.
In Coyote Butterfly, album che segue a distanza di due anni Songs From a Stolen Guitar, ci ritroviamo ad inseguire le tracce di un artista disarmato, costretto a fronteggiare la dolorosa scomparsa (per overdose) di suo figlio Owen, avvenuta nel 2022. Un lavoro in cui la caducità delle parole diventano un porto sicuro per il Nostro che, intanto, lavora per sottrazione sul comparto sonoro, affidando a delicati e appena percettibili arpeggi il compito di sorreggere una narrazione che inciampa tra temi quali rimorso e paura, amore e vergogna. Le liriche sussurrate da Joyner, avvolte da un’aura sacrale, somigliano a confessioni, in I’m Taking You with Me (I buried all the pain I wanted to share / So, l’m taking you with me / l’m finally prepared to tell you everything), visioni dolorose – nel lacrimante flamenco di A Broken Heart is Best Kept Out of Sight (Sometimes, I see someone walk the way you used to / but when he turns around he never knows my name), e toccanti tentativi di rendere comprensibile ciò che non lo è cercando nuove strade, nella title-track Coyote Butterfly (I let go of my pain so I could free you / and whenever I say your name, I see you) e la (ri)conciliante There Will be a Time.
Incastrati tra i field recording di fruscii primaverili di passeri in Red-winged Black Birds (March 13, 2024) e il frinire delle cicale d’agosto nella conclusiva Cicada Song (late August 2022), i brani di Coyote Butterfly rappresentano un testamento ‘vivo’ dell’amore che resiste anche dopo la morte. Sofferto come l’Electro-Shock Blues degli Eels ed intimo, nella sua più pura essenza, come The Candle and The Flame di Robert Forster, il nuovo lavoro di Simon Joyner ci invita (ancora una volta) ad essere più di semplici ascoltatori.
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