Recensioni

In uscita il 10 giugno 2016, Left Hand è il secondo album dei Silvereight, progetto solista di Federico Silvi, cantante e chitarrista livornese già attivo nei Jakie-O’s Farm e nei Radiotower. Abbandonati i ritmi elettronici del primo omonimo album del 2013, con Left Hand Federico Silvi ha portato la sua creatura sotto le sicure e confortanti fronde di un grunge classico che sa però onestamente riconoscere le sue radici musicali (blues bianco, hard-rock, psichedelia) e, anzi, le sfrutta per movimentare o abbellire brani che altrimenti si avvierebbero sulle vie del dejà vu e dell’epigonico. L’album funziona quindi come una sorta di revival di sonorità e atmosfere che credevamo dimenticate o ricoperte da una patina di polvere, e che invece grazie a un’indubbia capacità musicale e ad arrangiamenti convincenti, riemergono quasi come lettere ingiallite ritrovate in solaio.
Alla fine i pezzi che rimandano in qualche modo al grunge sono solo due: l’iniziale Cruel (riff roccioso, canto anthemico, basso e batteria crepitante) e la finale Deep Inside, sorta di ballata sonnolenta che raggruppa in un sol colpo flash sonori dai Galaxie 500 e dai Codeine. In mezzo i Silvereight cesellano la trenodia di blues acido di From Space (il singolo è corredato da un curioso videoclip che riprende un film di fantascienza di Peter Bogdanovich del 1969, Voyager To The Planet Of Prehistoric Woman), la ballata con organo psichedelico di Wide Heart che si sviluppa in un fondo scala emotivo con sparuti assoli di chitarra, il blues sofferto e pensoso di Eight, la cui litania e il cui arrangiamento chitarristico creano un atmosfera quasi epica, il power-pop elementare di Love vivacizzato da una frenesia beat degna degli Hollies. Più corrivi risultano invece gli hard rock di Black Day e Propaganda e il pow wow arroventato di Same, che riesumano l’hard-rock britannico degli anni Settanta nella sua versione più zeppeliniana.
In conclusione, i Silvereight dimostrano di saper fondere gli umori degli anni Sessanta (melodie avvolgenti e cadenze ipnotiche) con quelli degli anni Ottanta (ritmi meccanici e riff in crescendo), ma senza dimenticare la rivisitazione hard del blues bianco degli anni Settanta. La loro arte è sicura e umile: può anche sembrare non particolarmente originale, ma in realtà non spreca mai un passaggio armonico e gli arrangiamenti ora scarni, ora compatti, sono sempre puntuali. L’album scorre liscio per poco più di mezz’ora: può essere ascoltato tranquillamente mentre si fa qualcos’altro, oppure ci si può soffermare a dedicare un po’ d’attenzione e curiosità agli hook stilistici disseminati qua e là fra i solchi. Insomma, non annoia mai.
Left Hand è uscito per Riff Records. È stato completamente autoprodotto da Federico Silvi, che ne ha pagato la realizzazione con i proventi della vendita dei suoi disegni e delle sue opere di visual artist. Accanto a Silvi che suona la chitarra e canta (in inglese), c’è la sezione ritmica di Federico Melosi alla batteria e Gianni Niccolai al basso: essenziale come tutto il resto.
Amazon
