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7.5

Silver Moth è il nome del collettivo che coinvolge Stuart Braithwaite dei Mogwai, assieme a Elisabeth ElektraEvi VineSteven HillBen Roberts, Ash Babb, Matthew Rochford, membri di Abrasive Trees, Burning House e Prosthetic Head.

Il debutto prende il nome dai Black Bay Studios, il luogo in cui l’album è stato registrato, un ex fabbrica di stoccaggio del pesce riconvertita in studio di registrazione, situato nell’incantevole quanto selvaggia Isola di Lewis: uno dei tesori più nascosti d’Europa, sulla costa nord occidentale della Scozia.

È proprio questo luogo ad avere innescato la prima connessione virtuale tra gli artisti: pare che tutto sia nato da uno scambio di tweet, avente ad oggetto proprio la remota località, con cui ciascuno dei musicisti aveva un qualche legame (la madre di Braithwaite, per esempio, è nata lì). Poi, un paio di zoom call – ancora in pieno lookdown – e quindi la decisione di organizzare una sessione di registrazione, senza essersi mai incontrati prima. Il disco è venuto fuori in quattro giorni, con altri due riservati al missaggio.

Black Bay si compone di sole sei tracce, dilatatissime e magniloquenti, che formano una specie di folgorante epopea post-rock. La potenza evocativa dei luoghi in cui i brani sono stati composti e registrati si riflette in ognuno di essi, con una mistica vigorosa in cui si mescolano suggestioni identitarie e forza degli elementi: echi gaelici e oceani profondissimi (con il rumore del mare che letteralmente culla e lambisce lo spoken word di Gaelic Psalms, tratta da un poema di Gerard Rochford), cori fiabeschi che sembrano usciti da inni medievali e riff che sembrano invocare cieli carichi di tempeste.

I Silver Moth giocano coi suoni soprattutto per depistare le nostre coordinate spazio-temporali, mescolando sapientemente gli angosciosi suoni metallici della modernità con risonanze antiche. Ciò aggiunge interesse rispetto all’inquadramento generale del disco, che non può che ricondursi alle canoniche direttrici post-rock, ma che grazie a certi esperimenti (negli stili vocali, nelle contaminazioni di elementi popolari, nell’ingerenza dei rumori della terra, del cielo e del mare) diventa qualcosa di unico.

E se talvolta s’insinuano tracce evidenti e inevitabili dell’immaginario mogwaiano (Hello Doom), gran parte del disco è la somma evidente di esperienze diversissime, eppure in sincrono: dall’apertura affidata alla nebbiosa e sognante Henry, con clamorose aperture shoegaze e la voce di Evi Vine che qui ci ricorda una Beth Gibbons in un incontro impossibile con gli Slint, passando per il dream-pop delicato eppure sontuoso di The Eternal, fino alla sinteticissima chiusura di Sedna, tutto è straordinariamente coerente e univoco, come a voler celebrare qualcosa che è molto più che un happening creativo di un gruppo di musicisti che non si erano mai incontrati prima.

Ci immaginiamo i Silver Moth, che si conoscono a stento, entrare in studio di registrazione, guardare dalla finestra e cominciare a suonare quello che vedono. Un’improvvisazione guidata dalla suggestione collettiva dell’ambiente circostante li accomuna e riunisce improvvisamente: non sono più degli sconosciuti. In qualche modo, diventano essi stessi quel preciso luogo.

Ascoltando Black Bay, ci si sente testimoni di una specie di riconoscimento reciproco, un abbraccio quasi spirituale: un comune sentire sublimato, un’appartenenza ancestrale riscoperta.

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