Recensioni

Primo titolo per la label torinese Casasonica, creatura di Max “Subsonica” Casacci, e debutto anche per i palindromi SikitikiS, da Cagliari con sagacia, perizia e un bel po’ di furore. Sono quattro ragazzi dalla fisionomia affilata, autori di una proposta dilettevole, grintosa, obliquamente nostalgica. Mettono a frutto un manipolo di esperienze quanto mai eterogeneo (jazz, hardcore, progressive, noise…) impastando materiali di recupero come se dovessero sfornare il panetto lisergico definitivo: l’immaginario fumettistico (spy e sci-fi) e cinematografico (noire-poliziesco italiano anni settanta) si stempera con un’imprevedibile attitudine al modernariato pop e la verve del garage più atroce (sempre sul punto di tracimare psych). Per dire, a centro scaletta t’imbatti prima nella cospirazione Malgioglio–Mina di L’importante è finire (con l’ironia – se c’è – tumulata sotto una coltre di vivido languore, il basso piacevolmente eccessivo, le convincenti perorazioni di archi e synth), poi in una stupefacente Metti un tigre nel doppio brodo, sardonica marcetta a firma Franco Godi/Herbert Pagani (dal meraviglioso cartoon VIP, mio fratello superuomo) innestata alla radice dell’Italia post-caroselliana.
Prima e dopo, è un profluvio di raffiche electro punk a gola strinita (Amore nucleare), aspre quadrature funk (Ricognizione), yé-yé torbido e sfrigolante (Non avrei mai), scelleratezze surf come una bagattella Jon Spencer (R’n’r contest), spurghi ironico/mysteriosi (Donna vampiro) e strali di cybertango fuzz (Umore nero). Spiccano due strumentali: la lugubre e siderale Milano odia: la polizia non può sparare (tema morriconiano per l’omonimo film del ’74 con un grande Tomas Milian) e l’exotismo noise della title track, inquietante e didascalica tra cartigli poliziesco/spaziali, pigolii electro e accelerate motorik. Tocca però a La distrazione delle cose la palma del miglior pezzo, col suo profilo psych-soul inquieto e scivoloso, il basso cupo, l’organo quasi Floyd sullo sfondo, le tastiere a rischiare orbite Air e la salmodia effettata come certe volte, ahem, i Subsonica: ha il pregio, tra gli altri, di stemperare un atteggiamento estetico d’insieme – da tarantiniani dell’indie italico – che rischiava di somigliare troppo ad una posa, un abito da finti arrabbiati, da loschi pulp.
Tirando le somme, riff d’organo che pesano e pestano, theremin come sirene lunari, bassi che tralignano saturi, batteria coi controcoglioni, la voce sempre sul pezzo a briglie tese, il gusto per certi espedienti sonici che “agganciano” con brusca essenzialità. E – incredibile a (u)dirsi – nessuna chitarra, come gli preme d’avvisarci nel libretto. Che dire, non è mai facile fuggire dal deserto, da qualsiasi deserto. Ma è un’avventura degna d’essere raccontata. E senz’altro piacevole da seguire.
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