Recensioni

Gente
precisa, gli islandesi: neanche il quarto d’ora di ritardo accademico
che la serata ha inizio. Il tempo di smaltire un pizzico di sconcerto
provocato dalla mise dei quattro (sorta di travestimento alla Village
People minimali: il pianista in frac, il cantante coi peneri, il
bassista tipo il Boss altezza Tunnel Of Love,
il batterista in tenuta da regnante bislacco come una nostalgia The
Tubes…) e subito abbiamo modo di accorgerci quanto il vecchio verbo
Sigur male si stemperi col nuovo, come se gli idiomi non fossero
sovrapponibili e a dire il vero lo sospettavamo. Alla fine, insomma,
non stupisce se la scaletta caracolla con un certo affanno tra i fasti
del passato e le più fresche trepidazioni, pescando quattro pezzi dal
più recente lavoro, tre dall’epocale Ágætis Byrjun, ben cinque da Takk e uno ciascuno da Von, Heima e ().
Neppure mi sorprende l’entusiasmo con cui il pubblico accoglie i pezzi nuovi (soprattutto riguardo la coinvolgente Góðan Daginn), maggiore – che lo crediate o meno – di quello riservato a cavalli di battaglia quali Olsen Olsen o alla invero sempre stupenda Ný Batterí.
Il punto è che i Sigur hanno voltato pagina, bisognerebbe accettare la
cosa fino in fondo, in primis Jónsi e compagni. La loro partita si
gioca ormai su un versante pop “alto”, raffinato e frugale, come un
fendente di fioretto portato alla vena scoperta tra la sobrietà del
sound e certe doglianze melodiche semplici ma efficaci, fidando ora su
uno splendido afflato cameristico e poi su trepidi minimi termini folk.
Una calligrafia evidentemente
decantata dalle esperienze, dalla voglia di rinnovarsi partendo da se
stessi. Tu chiamala se vuoi maturità, fatto è che le tattiche di
accumulazione ed esplosione del passato (da Svefn-G-Englar a Sé Lest)
suonano oggi come impetuosi peana adolescenziali, fatalmente foderati
da un alone di “come eravamo” che un po’ stona e a dirla tutta – ebbene
sì – stanca. Per dire, sia le quattro Amiina con la
loro parvenza di ninfe arboree che la candida brass-band (un bel
miraggio felliniano dopo un trip oppiaceo nel cotton club) sembrano un
bel po’ a disagio quando attorno a loro monta la furia elettrica degli
elementi, malgrado siano presenze davvero azzeccate anzi direi
irrinunciabili tanto dal punto di vista scenico che sonoro (vedi che
razza di festa imbastiscono con Gobbledigook).
Se
vi pare il caso, potremmo eleggere questa scomoda situazione ad emblema
di una crisi non del tutto risolta eppure fruttuosa, ovvero necessaria.
Almeno per tutti quelli che si aspettano di avere a che fare per molto
tempo ancora con una grande band chiamata Sigur Ròs.
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