Recensioni

7.5

Il fenomeno, anzi, il vero e proprio trip per gli anni ’60 comincia a diventare molto più di una latente tendenza dell’underground. Sembra quasi un fenomeno socio-culturale da approfondire con uno sguardo scientifico, socio-antropologico. Chiedersi (e cercare di rispondersi) il perché e il per come una masnada di (non più e non solo) pischelli d’oggi si senta pronto non tanto a rinverdire i fasti del rock degli anni Sessanta, ma a fornirne una rielaborazione attuale con un suo senso ben definito.

Non è un revival, per farla breve, ma una vera e propria fascinazione le cui direttrici portanti sono ignote a livello di motivazioni, ma ben note per ciò che riguarda l’attuazione e, perché no?, la localizzazione geografica. I Sic Alps da San Francisco di questo movimento (vogliamo chiamarlo così? o scena?) sono forse gli alfieri. Gli ispiratori, i “prime-movers”, quelli che però tengono un profilo volutamente basso, se ne stanno in disparte e se ne escono con i dischi giusti al momento giusto. Ecco, questo self titled va visto proprio così: come il disco giusto al momento giusto. Sia all’interno di una discografia che comincia a farsi corposa, pur nella sua disgregazione tra mille pezzi piccoli; sia come momento cronologico: alla fine dell’estate, quando i colori caldi cominciano ad ingiallire e sfumarsi, e in un momento in cui questa sotto-scena (la new wave dell’american lo-fi?) deve mostrare dove vuole andare a parare.

E così mr. Donovan con la sua ormai stabilizzata band – oltre allo storico Matt Hartmann ritroviamo l’ex Comets On Fire Noel Von Harmonson – ha partorito il disco della maturità. Per suoni, immaginario, nitidezza esecutiva, varietà e pathos, Sic Alps si mostra come una collezione di piccole gemme realisticamente perfette. Malinconiche, eccitate, venate di country, dal cuore sixties-pop (Glyphs, Moviehead), poeticamente struggenti (See You On The Slopes), coloratissime, sconclusionatamente garagey (God Bless Her, I Miss Her), sognanti e tormentate (Thylacine Man), grezze e acide, tradizionalmente (lo-fi)folk e moltissimo altro ancora condensato in 10 tracce e poco più di mezzora.

Gli ingredienti ci sono tutti, gli indizi pure. Si spera solo che il destino di questo self titled sia diverso da quello dei predecessori passati (quasi) sotto silenzio. Non lo meriterebbe affatto.

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