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Sono ancora in viaggio, sulla Polo di mia madre a cantare stonandoli i pezzi di una musicassetta registrata dalla radio. E sono ancora in sella alla bici dei miei dodici anni rincorrendo promesse che sanno di futuro. Sono ancora dentro i suoni di Mulatu Astatke, di fronte a un gigante, seduta nella mia poltroncina in un caldo teatro di provincia: questo è il concerto di un mago la cui conoscenza appare in continuo movimento. Viaggiare con la musica di questa leggenda vivente, essere qui e ritrovarsi altrove, in una dimensione spazio-temporale ovattata dalla nostalgia. Ascoltarlo questa sera, in questo ipotetico tour d’addio alle scene, è un nuovo strumento per legare i propri ricordi alle note, in una malinconia presente che porta le composizioni rivisitate da questa odissea poetica a farsi presto diapositive del futuro.

Il leone eterno dell’ethio-jazz, per cui la musica è sempre stata una sfida, una smania esplorativa, un’accecante visione, si presenta sul palco attingendo a tutto ciò che ha imparato e realizzato in oltre cinquant’anni di carriera musicale, utilizzando queste risorse per realizzare una grande visione d’insieme: la sua musica astrale viene così proiettata attraverso la sintesi per cui “l’ethio-jazz ci unisce e ci rende un tutt’uno”, come dice lo stesso Astatke. Il movimento è fondamentale per comprendere la genesi dello stile di Mulatu.

E questo live arriva a pochi giorni dalla pubblicazione del suo nuovo album, Mulatu Plays Mulatu, una sorta di autocoverizzazione dei suoi standard, che avrebbe potuto facilmente essere un esercizio di ego, il tipo di compilation pigra che ci si aspetta da artisti affermati. Con tutti i riconoscimenti del mondo, Astatke avrebbe tutte le ragioni per adagiarsi sugli allori, ma in questo live così come nel nuovo album, dimostra una volontà ragazzina di espandere la propria visione dell’ethio-jazz, anche con un tour annunciato come un viaggio d’addio. In realtà sembra di trovarsi dentro la celebrazione festosa di un’eredità incommensurabile.

In tutto l’album e, parallelamente nella sua dimensione concertistica, Astatke rimodella materiale familiare con ricche texture, improvvisazioni espanse e una complessità ritmica più profonda, creando un corpus che appare tanto vitale e contemporaneo quanto radicato nella tradizione. Pochi artisti possono vantarsi di aver inventato un genere musicale. Mulatu Astatke è uno di questi. Lui, l’uomo che, nella Swinging Addis degli anni ’60 e ’70, ha rivoluzionato il panorama musicale fondendo il jazz con gli stili musicali tradizionali etiopi, i ritmi latini, il groove funky, e sfidò le norme conservatrici dell’epoca, introducendo innovazioni al tempo considerate audaci come l’uso di vibrafono, tastiere elettriche, congas e bongo. Mulatu reinterpretò strumenti tradizionali come il krar (lira), il masenqo (violino a corda singola) e il washint (flauto) in modi completamente inediti; il risultato fu un suono inconfondibile, genuino e cosmopolita, che continua a influenzare la musica globale ancora oggi.

Memore degli studi universitari in ingegneria, ancora oggi sembra di poter visualizzare la costruzione, davvero molto complessa, quasi ingegneristica della scienza dell’ethio-jazz: Astatke ha infatti sviluppato un modo per abbinare la musica pentatonica della sua terra natale con la tecnica dodecafonica su cui si basa la maggior parte della musica occidentale. Il risultato è un suono che sembra fluire contro se stesso e dentro se stesso allo stesso tempo, creando un’armonia avvolgente e ancestrale. L’idea di viaggio dunque, e lo spostamento culturale che porta con sé, emerge non solo come una facile metafora per la sua musica ma come il fattore decisivo che ha dato vita all’ethio-jazz. Senza la sua straordinaria mobilità e l’esposizione a un’ampia gamma di suoni musicali, Astatke non avrebbe mai potuto concepire la sua musica itinerante.

Mulatu Astatke, foto di Karston Tannis (2025)
Mulatu Astatke, foto dell’autrice

Con un set vivace e coinvolgente in grado di ripercorrerne la carriera e metterne in luce il talento, si è passati con fluidità da melodie intricate e sinuose a groove ariosi e atmosferici. Mentre la melodia di Tsome Digua si trasforma magicamente nel primo brano completo, Zèlèsènga Dèwèl, Astatke si esibisce in un assolo che mostra gli stessi contorni sinuosi delle melodie scritte, incitando scambi di improvvisazione collettiva libera, partendo da inni insistentemente riffati e agrodolci e da basi ritmiche che ora fluttuano ora pulsano. Il fraseggio del maestro è sottile, spazioso e pervasivo, mai insistente; anche quando la velocità aumenta, la compostezza resta. E va detto, tale approccio è coerente durante tutto il live, indipendentemente dallo strumento a cui Astatke rivolge la sua attenzione.

Passando dal vibrafono al Fender Rhodes, tesse linee altrettanto tortuose e setose, lasciandole sospese nello spazio come ragnatele slegate e sospese nella brezza. Anche quando martella i ritmi delle congas in The Way to Nice, dalle forti influenze latine, lascia spazio agli echi per inserire versi a cascata o improvvisi fendenti. E poi il suo brano più noto, Yèkèrmo Sèw, introdotto con un brillante assolo di vibrafono, viene allungato quasi al doppio della sua lunghezza originale, consentendo nuove combinazioni e collisioni, in un’atmosfera crepuscolare appropriata per la malinconica composizione in mezzo a riff urgenti e increspature dub, linee di basso vulcaniche e poliritmi incandescenti che portano una sorta di estasi oscura, in totale contrasto con la soave tenerezza di Motherland, esaltata dall’equilibrio classico del violoncello di Danny Keane.

Il profumo della nostalgia ci invade con le primissime note di Yègellé Tezeta che concentra decenni di storia musicale pancontinentale in un’unica composizione e si inchina apertamente ai suoi idoli e antenati, esprimendo un senso di appartenenza, un attaccamento alla storia della musica e ai suoi musicisti. Un momento nostalgico che conferisce alla canzone la sua potenza malinconica. E tuttavia, allo stesso tempo, c’è il futuro. Con tutto il suo potenziale, e con una conclusione dedicata al proprio mondo, Mulatu, “a piece I wrote for myself”.

Durante i novanta minuti di programma, sostenuto da una band di numeri primi, Mulatu ha sedotto il pubblico con la sfida sinuosa di melodie esotiche, per poi abbandonare l’ascoltatore in uno spazio beato e leggero, sostenuto da rilassati groove funky, che potrebbero essere improvvisamente sommersi da una foschia elettronica o da un dialogo percussivo intimo e ovattato. Alternando il sax tenore al flauto, James Arben ha rivelato i benefici del suo rapporto duraturo con Astatke, sfoderando ruggiti di sax impetuosi o rapidi e svolazzanti riff di flauto che si scatenano sempre al momento giusto per scivolare in un’estatica caduta libera.

Il suono di Mulatu Astatke resta e rimane inconfondibile. Poche note, uno schiaffo percussivo, un momento di lamento pentatonico: è e non potrebbe essere nessun altro che lui. Resta da capire cosa accadrà nel futuro, visto che dinanzi questa potenza pare difficile credere che sia stata davvero scritta l’ultima parola. Il suono scivola con la serenità e la forza che solo un viaggio può darci: la nostalgia del futuro è qui, a portata di mano, il finestrino della macchina aperto, quinta marcia, sì, viaggiare.

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