Recensioni

6.5

L’ambizione di fare un album che continui ad essere ascoltato nel tempo non è certo la cifra che accompagna le uscite discografiche moderne. Con L’Ornamento Delle Cose Secondarie, Max Gazzè ritorna sulle scene per festeggiare i 30 anni di onorata carriera con la sana presunzione di riuscire in questo intento: un disco lungo, venti tracce per un’ora totale di pioggia acida e misteriosofica che batte fuori dalla finestra per le orecchie più attente, quelle che riescono a coglierne la musicalità.

Un album sintonizzato tutto a 432 hz proprio come The Dark Side of The Moon, pregno di arrangiamenti ricercati e testi ermetici, proprio come Franco Battiato, con momenti di PFM (che a qualcuno hanno fatto urlare finalmente al ritorno dei dischi “prog”), abbellimenti orchestrali e davvero poco materiale per le stazioni radiofoniche, sedotte e volutamente abbandonate, che pure da una buona decina di anni avevano familiarizzato e non poco con un artista poliedrico come Max.

L’album è stato registrato in Puglia, con meticolosità e ricerca al limite dell’ossessione: strumenti costruiti su misura direttamente da Bogotà, accordature particolari e registrazioni analogiche con microfoni valvolari e nastro magnetico per ottenere un suono il più naturale possibile. La festa dell’analogico, che conserva nella sua autenticità persino errori e imperfezioni, rifiutando le correzioni digitali per preservare il più possibile l’ormai perduta onestà sonora dei musicisti.

Intermezzo bianco ricorda vagamente Mentre Dormi, ma i paragoni con tutto ciò che è stato l’artista prima di oggi sono complicati: il progetto non offre quasi nulla per chi in lui ancora ricerca quella formula canzone vincente e nazionalpopolare ad alta digeribilità che lo avevano elevato alle vette delle classifiche con brani come Una Musica Può Fare oppure La Vita Com’è. Se pure in Alchemaya lo stesso Gazzè si era già cimentato in un album fortemente orchestrale, L’Ornamento Delle Cose Secondarie fa un passo in più verso una nuova esplorazione identitaria ed autoriale, verso la ricerca dell’eremitismo come antidoto alla vita (e all’industria musicale) moderna.

Le tastiere dai riff accattivanti fanno una veloce comparsa in Da Piccolo, la venatura ironica che da sempre contraddistingue il bassista romano la ritroviamo forse soltanto nei nomi dei brani, neppure così evidente (vedasi Cherubini Scalzi). Vi è poi la ricerca melodica e compositiva che si spinge sempre più ad oriente, a proposito di Battiato, molto evidente in canzoni come Attriti e La Legge dell’Etica. Ma anche in Sul filo – Parte II oppure in Io, Giuda, titolo che rimanda alla spiritualità, quella soprattutto orientale che permea il progetto in moltissime delle sue tracce-manifestazioni (abbiamo già detto Battiato?).

Di pop-gomma da masticare non vi è traccia (con tutto il rispetto per le gomme da masticare, che sono anche buone), ma solo di profonda ricerca musicale, in un’immersione subacquea nelle manifestazioni più raffinate del cantautorato tricolore, di cui Gazzè rimane un validissimo esponente. Alcuni dei testi sono stati ripescati persino dagli archivi del fratello Francesco, stelle polari a guidare le musiche verso terre lontane ed inesplorate; oppure, più precisamente, a picco sul fondale marino che viene ritratto nella copertina dell’album.

Quando l’ambizione è così grande, quando si alza l’asticella, è facile esporsi ancora di più alle critiche, per quello strano ragionamento che a volte condanna le persone più coraggiose a pagare due volte per i propri passi falsi. Ma è solo puntando in alto che si può riuscire a lasciare un segno in questo intervallo carnale che la nostra anima trascorre sulla terra, per una ottantina di anni, se tutto va bene.

Altrettanto facile è bollare questo disco come fin troppo derivativo, nipotastro dei vari L’Era Del Cinghiale Bianco, Fisiognomica e Come Un Cammello in Una Grondaia, ma le critiche vanno mosse in maniera più originale, e di fronte ad un lavoro così corposo, vanno maturate dopo diversi ascolti, per riuscire a meglio comprendere le intenzioni più recondite dell’autore. L’Ornamento Delle Cose Secondarie è il passaggio forse più naturale e sensato per un cantautore che non ha più nulla da dimostrare, e che si può concentrare adesso a fare ciò che più gli aggrada, senza inseguire il suo pubblico, proprio come ogni artista dovrebbe.

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